domenica 28 luglio 2013

Attualità di Gramsci? Da Malaga un messaggio alla comunità gramsciana. Presso la "Escola de Verano" della città andalusa un corso su Gramsci che ha avuto di gran lunga il maggior numero di iscritti e di partecipanti di tutta la storia della Scuola estiva

Il mio amore è nato a Malaga… La città andalusa, perla della Costa del Sol, patria di Pablo Picasso, è stata oggetto negli ultimi decenni di una devastazione ambientale che certo poco sarebbe piaciuta all’autore delle Demoiselles d’Avignon , con la costruzione di innumerevoli, giganteschi alberghi (che i giornali locali vantano come primato nazionale), non è soltanto un luogo di vacanza, anche se, malgrado la crisi economica, e a dispetto della imponente e un po’ cupa cattedrale che ci ricorda il segno oscurantistico del cattolicesimo spagnolo, qui si percepisca ancora la dolcezza del vivere.
Malaga è anche città di cultura: ha una università di medie dimensioni, nata solo quarant’anni fa, molto vivace, e una cattedra Unesco, che organizza da sei anni dei corsi estivi, su varie tematiche, in diverse discipline, sempre con finalità fortemente connotate sul piano civile e indirettamente politico. Si crede, qui, insomma, in una cultura che abbia come meta ultima non il mero accrescimento di conoscenze, e men che meno l’acquisizione di competenze tecniche, bensì la formazione della cittadinanza.  
Quest’anno la “Escola de Verano” (quella che noi italiani chiameremmo con la nostra patetica sudditanza all’anglomania,” Summer school”) comprendeva dodici corsi, coprenti discipline come il Diritto pubblico, la Comunicazione, la Pedagogia, la Biologia, il Diritto penale, la Scienza politica. E per la prima volta anche i fumetti, nella loro dimensione politica. Alcuni docenti che collaborano alla Cattedra Unesco, in memoria di Francisco Fernandez Buey, uno studioso morto prematuramente meno di un anno fa, che aveva dedicato una grande attenzione ad Antonio Gramsci, proposero al direttore della cattedra, Bernardo Diaz Nosty, un corso precisamente su Gramsci. Qualcuno espresse perplessità giudicando il corso troppo specialistico, e comunque di scarsa attrattività, ma alla fine la proposta passò. Risultato: il corso su Gramsci ha avuto di gran lunga il maggior numero di iscritti, e addirittura il maggior numero di partecipanti di tutta la storia della Scuola estiva.
Una sorpresa un po’ per tutti, anche perché il titolo del corso “La vigencia del pensamento de Antonio Gramsci”, era molto “tagliato”, e dava quasi un messaggio politico, ossia sulla spendibilità politica del pensiero gramsciano, al punto che qualche studioso italiano contattato per svolgere il ruolo di docente ha rifiutato. E ha fatto male. Perché il corso, diretto da Ana Jorge Alonso, ha rappresentato un’esperienza entusiasmante. Innanzi tutto per il pubblico frequentante: persone di ogni età e professione, dagli studenti ai professori delle Superiori, dai docenti universitari (inimmaginabile da noi che dei docenti vadano a frequentare, come iscritti paganti, una Summer School della loro università) ai sindacalisti, dai militanti di sinistra a semplici appassionati.
Ogni lezione era seguita da un dibattito intensissimo, pieno di curiosità, dove non si facevano comizi, ma si ponevano domande intelligenti, che traducevano un’autentica volontà di sapere. E molti cominciavano i loro interventi nella discussione spiegando il loro Gramsci: ossia come l’avevano conosciuto e che cosa sapevano di lui. Un insegnante di scuola media ha detto che di Gramsci sapeva a mala pena il nome, e quando ha visto qualche mese fa il programma del corso, è andato a cercare informazioni su Wikipedia ed altri siti, ed è rimasto “impressionato” da ciò che ha trovato e letto (così ha detto). E ha deciso di iscriversi: ha seguito l’intera settimana, occupando sempre lo stesso posto – stessa fila, stesso banco –, prendendo appunti, facendo domande, diligente e attivo, testimoniando, giorno dopo giorno, il proprio crescente entusiasmo. Notevole la presenza di laureandi, dottorandi, docenti di discipline che si potrebbero immaginare (errando) estranee all’universo gramsciano, come il Diritto, la Linguistica, la Traduzione, la Psicologia. Degno di nota anche un particolare della modalità del corso: ogni sessione terminava con delle letture, in italiano e in spagnolo, di testi gramsciani, introdotti da un docente e poi commentati da tutti i presenti, che si disponevano in circolo, a spezzare anche fisicamente le barriere invisibili tra emettitori del messaggio e suoi recettori.
In tutti i partecipanti (oltre 40, alcuni provenienti dal circondario, qualcuno addirittura da città distanti fino a un centinaio di chilometri), è visibilmente andato crescendo l’interesse per la vita, il pensiero e la fisionomia politica di questo rivoluzionario pensoso, di questo marxista critico, di questo comunista umanistico, la cui fortuna attuale scaturisce precisamente dalla differenza tra la sua posizione e il suo pensiero rispetto alla dogmatica marxista e il “socialismo reale”, la sua distanza da ciò che chiamiamo, semplificando, ”stalinismo”. Si è insistito, da vari punti di vista, precisamente sulla “diversità” di Gramsci, e ci si è interrogati sulla sua “attualità”, anche se la risposta che personalmente darei è di assoluta inattualità ma nel contempo di drammatica necessità. Difficile immaginare oggi, tanto a livello nazionale, quanto sovranazionale, una estraneità così assoluta: il rigore etico, l’onestà intellettuale, la coerenza politica, la stessa ricchezza umana, di cui la vita, l’azione e il pensiero di Antonio Gramsci sono prova provata, duramente provata, appaiono distanti anni luce dalle regole e dalle prassi del tempo presente.
Eppure quanto bisogno vi sarebbe precisamente di questi tratti, per fare cultura, una cultura “disinteressata”, ossia non finalizzata a una carriera accademica o al mercato, ma nel contempo una cultura che miri a comprendere, come scriveva il giovane studente dell’università di Torino nel 1916, il nostro posto nel mondo, i nostri diritti e i nostri doveri, per acquisire consapevolezza, apprendere il principio di responsabilità. Tutti passi fondamentali per l’azione politica. E Gramsci sarebbe utile, e direi necessario anche per tentare di fare una politica che ricuperi la propria nobiltà, che associ una concezione realistica dei “rapporti di forza”, con la spinta dell’utopia trasformatrice.
Curiosamente, proprio in Italia questa “vigencia” di Gramsci sembra ignorata: una giovane ricercatrice che collabora alla Cattedra Unesco, ma ha rapporti con l’Università di Torino, mi racconta che venuta appunto sotto la Mole, avendo annunciato il corso su Gramsci al gruppo di docenti e ricercatori torinesi, ha ricevuto un gelido commento: “Da noi Gramsci è superato”. E costoro sono, almeno nominalmente, scienziati della politica…
A dispetto del giudizio di costoro, il corso malagueño ha confermato di vedere nell’elaborazione di Gramsci, una eccezionale ricchezza multiversa e un’assoluta originalità: del giornalista rivoluzionario, del dirigente politico, infine, del prigioniero del fascismo che riflette sulla sconfitta del movimento operaio. Per Gramsci il marxismo costituisce una fonte essenziale, ma non è la sola; e il comunismo la prospettiva, ma con caratteri suoi propri: si tratta di due etichette insufficienti, in definitiva, anche se entrambe corrette.
 Con Gramsci ha inizio un’era nuova nella storia del pensiero occidentale: tale il messaggio che Malaga lancia oggi. E per diffonderlo, alla conclusione del Corso, si è deciso, unanimamente, di radunare la comunità gramsciana nel luogo ideale in cui gli intellettuali sempre si incontrano e lanciano le loro idee: non un nuovo centro studi (ne esistono), non una cattedra (ce ne sono, specie in America Latina), non un’associazione (la International Gramsci Society nacque negli Usa nel 1989, grazie a Joseph Buttgieg, e ha una vivace Sezione italiana, presieduta fino alla morte dal compianto Giorgio Baratta, ora da Guido Liguori); nulla di tutto questo. Ma, semplicemente, una rivista, che si chiamerà, classicamente Gramsciana, recando come sottitolo “Rivista internazionale di studi su Antonio Gramsci”, la quale ospiterà contributi in sei diverse lingue (italiano, spagnolo, inglese, tedesco, spagnolo, portoghese), avrà un Consiglio di direzione e un Comitato scientifico internazionali, i cui membri saranno scelti in base alla sola competenza e all’apertura dialogica, ossia gramsciana.
 Alla rivista, il cui primo numero apparirà prossimamente, Malaga, dunque, affida il compito di riprendere il discorso della “Escola de Verano” 2013, e di lanciare il messaggio nella bottiglia nelle acque mediterranee: qualcuno raccoglierà quella bottiglia, l’aprirà e ne leggerà il contenuto, per poi ripiegare il foglio che lo contiiene, rilanciare in mare la bottiglia con il suo prezioso messaggio sulla “vigencia del pensamiento de Antonio Gramsci”. 
  
Angelo d’Orsi

mercoledì 24 luglio 2013

TRENTO, SUL NUOVO OSPEDALE UNA DOCUMENTATA RELAZIONE DELLA FEDERAZIONE TRENTINA DI RIFONDAZIONE COMUNISTA

Il Not apre la crepa sulla montagna di transazioni che anche nel profondo Nord conciliano politica, istituti di credito e chiesa cattolica. Disegna i «poteri autonomi» e si spinge fino alle relazioni strette nel «regno» di Putin
L’acronimo fa scattare la domanda analogica: Not Why? Sul Nuovo Ospedale di Trento i «perché?» cercano risposte nel «per chi?». 
E gli interrogativi rimbalzano dalla documentata inchiesta della Federazione trentina del Prc alle attività istituzionali di un anomalo Cavaliere berlusconiano, dai conflitti d’interesse annidati nel centrosinistra locale fino alla «finanza creativa» dispiegata nel regno di Putin. Not apre la crepa sulla montagna di affari che anche da queste parti concilia politica, finanza e chiesa cattolica. Una fessura stretta, eppure abbastanza illuminante sugli assetti del post-Dellai. 
Disegna i «poteri autonomi» nella Provincia speciale, a cavallo fra l’invenzione della Margherita e la conversione a Scelta Civica. Mauro Delladio, 56 anni, siede in Consiglio provinciale e regionale ininterrottamente dal 1993. Era leghista, ma all’abbraccio fra Bossi e D’Alema ha preferito… Forza Italia. 
Oggi è la spina nel fianco della maggioranza che tiene insieme il presidente Alberto Pacher del Pd, gli eredi di Lorenzo Dallai e gli autonomisti trentini. L’interrogazione nella seduta del consiglio del 9 maggio scorso va dritta al punto: il nuovo ospedale di Trento incarna il «sistema degli affari». Delladio segue la vicenda fin dal 1995, quando si coltiva l’idea di trasformare l’area di via Al Desert lungo l’Adige nel policlinico ad alta specialità. 

Operazione in project financing : 122 mila metri quadri per una volumetria di 500 mila metri cubi; 613 posti letto, 20 sale operatorie, 1.614 posti auto con un costo stimato in 310 milioni di euro di cui 160 pubblici. Il maxi-appalto è stato assegnato a Impregilo che controlla al 51% l’associazione di imprese con Codelfa e Consorzio Servizi per la Sanità del Trentino (presieduto da Renzo Bortolotti) ovvero Pvb Solutions, Gpi, Attrezzature Medico Sanitarie, Markas di Bolzano, Miorelli Service e Famas System. Esaurito il cantiere, Impregilo & C gestiranno la concessione del Not per 27 anni e 6 mesi, con il «rimborso» di 55 milioni all’anno pagati dalla Provincia di Trento Un affare. Ma per chi? «Le interrogazioni depositate evidenziano come sono curati gli affari in Provincia di Trento, tenendoli nascosti all’opinione pubblica. Mai avrei pensato che la finanza di progetto potesse nascondere tanta ingordigia e depredazione dei bilanci pubblici. 

La vicenda è l’apice dell’arroganza di un gruppo di soggetti legati da plurimi vincoli, che al fine di ottenere pubbliche risorse crea un sistema di società private verso le quali l’ente pubblico dirotterà ingenti risorse finanziarie della comunità» scandisce Delladio. Squaderna la geo-politica e gli intrecci. Radiografa nei dettagli ogni particolare. E mette spalle al muro Ugo Rossi, assessore alla sanità, che nutre ambizioni di leaderhip nel Patt e frequenta il «giro» del meeting di Rimini. L’interrogazione chiama in causa Finest Spa, cassaforte delle Regioni Veneto, Friuli e Trentino e delle banche a Nord Est. Con l’indice puntato su Lorenzo Kessler: «I progetti della finanziaria pubblica Finest hanno interessato imprese trentine e soci veneti di imprese trentine tra cui Project Financing Consulting Spa il cui amministratore delegato Kessler veniva definito dal Sole 24 Ore il «Signore del Project Financing». Al suo fianco Stefano Pellicciari, già presidente dell’Assocostruttori Veneto, attraverso la sua impresa San Paolo Costruzioni». 

In Trentino il cognome Kessler traduce la Dinasty in versione montanara. Lorenzo è figlio di Bruno (1924-1991), leader della Dc locale, presidente della Provincia, fondatore dell’Ateneo, parlamentare e sottosegretario al Viminale nel governo Cossiga. L’altro figlio Giovanni, classe 1956, magistrato, da tre anni dirige l’ufficio anti-frode dell’Unione europea (Olaf) dopo esser stato deputato Ds e presidente del Consiglio della Provincia. È sposato con Daria De Pretis, 56 anni, avvocato e ordinario di Diritto amministrativo: a Bologna allieva di Fabio Roversi Monaco, da febbraio è la rettrice dell’Università di Trento. La rete sconfinata Insieme al «Signore» della finanza di progetto, tra i vincitori dell’appalto Not, spuntano i preti. Famas System significa Istituto Sviluppo Atestino (Isa) ovvero la finanziaria della Diocesi di Trento. Il forziere della curia (da giugno 2012 governato dal presidente Massimo Tononi con il vice Cesare Chierzi e l’ad Giorgio Franceschi) connette un puzzle di partecipazioni strategiche per la finanza bianca: dal credito (Banca di Trento e Bolzano, Mittel, Botzen Invest AG, Calisio Spa, Castello Sgr) all’immobiliarismo (Esse Ventuno, Inziative Urbane – a Brescia – Investimenti Immobiliari Atestini) con un occhio al mercato dell’energia anche alternativa (Alto Garda Servizi, Bioenergia Alto Fiemme, Dedalo Esco, Botzen Energia, Dolomiti Energia) e l’altro al cielo delle funivie (con la Spa Folgarida Marileva) e alle partecipazioni terrene in Interbrennero e Unihospital. Il Bur del Trentino del 16 agosto 2011 dettaglia lo stato patrimoniale degli amministratori pubblici a fine mandato. Giovanni Kessler dichiara 477.984 azioni di Isa Spa, all’epoca equivalenti a circa un milione di euro. Secondo quanto documenta Delladio, Kessler avrebbe affidato il pacchetto Isa a Delta Erre, la società fiduciaria di organizzazione aziendale, revisione e servizi di trust con sede a Padova in via Trieste 49/53, mentre la moglie Daria De Pretis rifutò di rendere pubblica la propria dichiarazione dei redditi. Con Delta Erre si squaderna un diagramma di flusso sconfinato. 

Nata nel 1971, raggruppa oltre 300 soci, la società poggia su un capitale sociale di 540 mila euro. Nel 2007 amministrava 67,8 milioni, con ricavi dichiarati per 418 mila euro all’anno. Delta Erre significa anche Lussemburgo. Compare per procura nel Granducato il 1 ottobre 2001, davanti al notaio Christine Doerner di Bettembourg, insieme alla società anonima Fipal di Montevideo nell’atto costitutivo di Aiglon Holding SA, strumento finanziario «ispirato» dalla Compagnia delle Opere Nord Est. È il prologo del charity trust ciellino nell’«isola del tesoro» agli antipodi dell’Italia. Per questo, nella primavera 2011 nasce Solfin International: società anonima con 110.100 euro di capitale, e «sbarca» al civico 280 di Parnell Road nel sobborgo finanziario di Auckland, Nuova Zelanda. Così il Not diventa un vaso di Pandora, perché a ogni sigla corrisponde un universo di relazioni consolidate e in ciascun progetto entrano in gioco gli specialisti di affari & politica. 

Da Trento si arriva fino in Russia. Oppure si battono le rotte della finanza internazionale parallela. Fili da riannodare, nel gomitolo di interessi che dalla Prima Repubblica sussidiariamente si dipana nel Duemila. Festival Gomorra Roberto Saviano il 1 giugno è stato il vero ospite d’onore al Festival dell’economia, nell’auditorium Santa Chiara gremito all’inverosimile. A Luca Pianesi del Trentino concede anche una lunga intervista con una risposta sintomatica: «Sui lavori per il nuovo ospedale mi sento di dire questo: Impregilo ha vinto l’appalto ma sono sconfortato dai subappalti. 
Aziende legate a ‘ndrangheta e camorra in connessione con l’imprenditoria locale fortemente in crisi cercheranno di assaltare questo enorme appalto, soprattutto nel movimento terra e nei servizi: mense, pulizie. Può sembrare una previsione apocalittica, ma il Trentino non sta dando il giusto peso alla presenza mafiosa nel suo territorio. 
Sarà costretto a farlo quando ci saranno omicidi, se ci saranno. O quando inchieste partite dal Sud lo permetteranno». Per ora, ci si accontenta di osservare l’inchiesta della Procura di Venezia su Piergiorgio Baita, manager della Mantovani e re delle Grandi Opere. Arrestato il 27 febbraio 2013, ha lasciato il carcere di Belluno dopo oltre 100 giorni ed è ristretto ai domiciliari. Baita è accusato di associazione a delinquere finalizzata all’ evasione fiscale. 

Con lui, coinvolti a vario titolo, Claudia Minutillo (ad di Adria Infrastrutture, ex segretaria del governatore Giancarlo Galan); Nicolò Buson (direttore finanziario di Mantovani) e William Ambrogio Colombelli (console onorario di San Marino). Baita (già inquisito nella Tangentopoli veneta anni ’90) lascia intuire le connessioni politiche. La magistratura insiste nello scandagliare l’impresa che in portafoglio vanta il Passante di Mestre, il ciclopico Mose in laguna, la piastra dell’Expo 2015 a Milano e un ramo d’azienda dedicato all’edilizia sanitaria spesso in sinergia con la Lega delle Cooperative. La Procura continua con le rogatorie in Svizzera, le verifiche dei documenti sequestrati e i riscontri che portano ai partiti, mentre la Gf di Padova segue la «fattura» da 30 milioni di euro delle pietre utilizzate nelle bocche di porto del Mose: vengono dall’Istria ma risultano contabilizzate nel registro di una società con sede in Canada. I magistrati saldano il debito con «I padroni del Veneto» di Renzo Mazzaro, cronista attento a «inchiestare» i poteri forti. Mantovani Spa, invece, ha blindato il vertice operativo mettendolo nelle mani dell’ex questore di Treviso Carmine Damiano. Basterà? 
Di certo c’è che Mantovani arriva anche a Trento: battuta da Impregilo nella gara del Not, ma già al lavoro nella costruzione del nuovo centro oncologico. Trento-Padova-Vladimir Infine, un viaggio a senso unico. Da Trento a Padova. Prima di approdare a Vladimir, grazie al piano quinquennale dei movimentatori di merci (e persone) a caccia di rubli. Un’altra interrogazione – datata 30 aprile, firmata dal consigliere regionale Pietrangelo Pettenò (Prc) e rivolta al governatore del Veneto Luca Zaia – riapre il capitolo dei finanziamenti europei a operazioni internazionali tutt’altro che impeccabili. Così si torna a Project Financing Consulting, la Srl di Lorenzo Kessler in liquidazione: ha gestito con alterne fortune un parcheggio a Cortina (13 milioni di euro), il porto turistico di Torri del Benaco (altri 13 milioni), il centro cottura con asilo nido (5 milioni) e l’Acquapark di Cassola (12 milioni). E rispunta Stefano Pelliciari, ex presidente di Ance Veneto e vice presidente di PFC Srl. «Aveva comprato Hera Business Solution Development Srl e con lei un biglietto per Vladimir, antica capitale della Russia, nella quale costruire un interporto doganale» evidenzia Pettenò. 

È una storia parallela. Inizia nel 2006 con la creazione di OOO Terminal, società di diritto russo controllata dal gruppo di Mogliano e da San Paolo Ingegneria e Costruzioni con il restante 20% delle quote nel portafoglio della finanziaria pubblica Finest. Poi scatta l’investimento europeo, perché su Vladimir punta anche la compagnia dei manager ciellini. Viaggi in delegazione, progetti di corridoi logistici presentati all’Ue, corsi di formazione e sinergie fra enti pubblici. È la sussidiarietà che a Padova faceva capo a Magazzini Generali con Renzo Sartori, specialista della logistica targata CdO ora approdato a Parma con la piattaforma di Number 1. 
Il progetto di teleporto in Russia, l’autostrada del mare, la movimentazione merci coinvolgono il Consorzio Zona industriale (che chiede a Bruxelles 392 mila euro), Logsystem Scarl (che fa capo a Magazzini) e Vpv Logistics (società mista fra Provincia e l’oblast russo). Tutto nei faldoni dell’inchiesta della magistratura e della Guardia di finanza. I processi per truffa sono ancora in corso a Padova, mentre si staglia la prescrizione. Ma da Trento arriva una «novità». Il 5 giugno Pacher, massimo esponente della Provincia, interviene in aula sull’operazione Vladimir con San Paolo Partecipazioni Spa. Nel verbale ufficiale si può leggere nero su bianco: «Finest ha proceduto con ogni azione necessaria a tutela del proprio credito e sono state escusse le garanzie assicurative. Per l’esattezza due polizze che risultarono, a posteriori false . Finest presentò tempestivamente un esposto segnalando l’accaduto alla autorità inquirente perché si valutasse la sussistenza di una truffa ».

Sebastiano Canetta
Ernesto Milanesi
24/7/2013 www.controlacrisi.org

martedì 16 luglio 2013

La TTIP, ovvero come si prepara la guerra globale

La Transatlantic Trade and Investment Partnership (meglio nota col brutto acronimo di TTIP), ossia l’accordo Usa-Ue per l’integrale liberalizzazione dei loro rispettivi mercati, è un importante punto di svolta (o, se si vuole, di accelerazione) nella storia sociale dell’Europa e quindi dell’Italia. E ciò per due ordini di motivi.
Prima di tutto perché l’accordo mira all’eliminazione delle barriere commerciali non tariffarie, ossia di tutte quelle norme di tutela ambientale, sanitaria e sociale che limitando il libero traffico dei prodotti nocivi, delle informazioni riservate e dei servizi equivalgono, secondo l’Economist, a dazi multipli rispetto a quelli attuali e, secondo noi, alla tenuta di un minimo di civiltà nella gestione dell’economia europea. 

Una volta conclusi i negoziati, la TTIP renderà più “accettabili” gli OGM e le emissioni inquinanti, sfalderà la tutela delle filiere agroalimentari (con grave danno per le produzioni italiane), ingloberà le nostre vite nei computer della CIA, limiterà seriamente il raggio d’azione delle imprese pubbliche, e quindi di ogni politica industriale. E molto probabilmente condurrà alla privatizzazione integrale dei servizi pubblici. 
In ogni caso la TTIP accentuerà, come tutti i processi di libero scambio, la concentrazione della potenza produttiva e tecnologica nei poli dominanti, la divaricazione fra nazioni dentro l’Unione Europea, e l’uso di questa divaricazione per approfondire le differenze di classe: ossia quello che è da tempo il “core business” dell’ Unione stessa. Tutto ciò renderà scarsamente rilevanti per le classi e per i Paesi deboli gli incrementi del PIL che (anche se non nella misura strombazzata dai gazzettieri pro-market) deriveranno dall’attuazione della TTIP: perché questi incrementi avverranno nel contesto di un peggioramento dei rapporti sociali e geopolitici e delle condizioni della stessa politica “spicciola”. Infatti chi proverà a contrastare questo andazzo verrà rimandato non solo da Roma a Bruxelles, ma anche da Bruxelles a Washington: con tanti saluti all’ Europa “sociale”.

Ma c’è di più: dopo il trattato di partnership transpacifica, che tenta di costruire una zona di libero mercato tra quasi tutti i Paesi dell’area, Cina esclusa, la TTIP è la seconda mossa della strategia di accerchiamento (oggi economico, domani militare) della Cina e dei Brics da parte degli Usa. Essa infatti sancisce la fine della globalizzazione perché registra il fallimento dei trattati multilaterali e punta sui trattati bilaterali, ossia sulla costruzione di poli economici ad egemonia occidentale che mentre liberalizzano gli scambi al proprio interno, ostacolano i flussi provenienti dall’esterno, ossia dai Brics. E perché, unita al rimpatrio di molti capitali ed alle continue svalutazioni competitive, riporta al centro della scena il conflitto tra poli economico-politici, mandando definitivamente in archivio, tra l’altro, la possibilità della “globalizzazione dal basso”. 
Quando scriveva che “non si fa una guerra senza acronimi” il grande romanziere Don De Lillo non pensava certo alla futura TTIP, ma noi siamo tenuti a capire che quest’ultimo acronimo è il primo passo di una guerra economica che tenderà a trasformarsi in un conflitto militare.

Come reagire a questa prospettiva? A mio parere bisogna schierarsi decisamente contro la costruzione di un polo anti-Brics, puntare ad un Europa che sia almeno “terza forza” tra Usa e Brics, e non agente dei primi, unire le esigenze di sopravvivenza dei Paesi e delle classi deboli d’Europa alle esigenze generali della pace e della gestione razionale dei conflitti. Ma per farlo bisogna capire che un’Europa di pace nasce solo sulle ceneri dell’attuale Unione Europea, che quest’ultima è un vettore decisivo della TTIP e che non si può combattere contro questa accentuazione del neoliberismo se non si disarticola (come da tempo ci chiede Samir Amin) il sistema di potere di Bruxelles e Francoforte, iniziando col rivendicare la sovranità nazionale e costruendo, su questa base, una nuova Europa confederale. Questo è il punto decisivo del momento, e rispetto ad esso la stessa sacrosanta battaglia contro l’Euro appare come una questione tattica, di notevole importanza ma non certo risolutiva.

Come affrontare tutto ciò è questione aperta, che può essere affrontata solo da una libera ed ampia discussione collettiva. Ma il presupposto di tale discussione è il riconoscere che la rottura dell’Unione Europea è il nostro problema storico: se non lo si affronta rischia di essere inutile tutta la discussione intorno al nuovo soggetto politico di sinistra e comunista: nella misera periferia italiana della zona transatlantica di libero scambio (ma forse nell’intera Europa) la politica diventerebbe inutile, e la costruzione di un partito equivarrebbe più o meno alla creazione di un meritorio ma innocuo movimento d’opinione.

P.S. Dimenticavo: i negoziati della TTIP dovrebbero concludersi nel novembre 2014. Per bene che ci vada, il tutto inizierà a marciare a metà del 2015, ossia dopodomani. Che si fa?

Mimmo Porcaro
16/07/2013  www.controlacrisi.org