martedì 18 luglio 2017

Dire, Fare Rifondazione. Il notiziario nazionale di Rifondazione Comunista

http://www.rifondazione.it/primapagina/wp-content/uploads/2016/02/DireFare_luglio17.pdf

SOMMARIO


> La sinistra che serve è antiliberista e popolare. Costruiamola in tutti i territori
di Roberta Fantozzi (Segreteria nazionale PRC-SE)

> Alla vigilia di un’esplosione sociale
di Ezio Locatelli (Segreteria nazionale, Responsabile Organizzazione PRC-SE)

> Dalla Bolivia riparte la lotta contro tutti i muri
di Paolo Ferrero (Vice Presidente Sinistra Europea)

> Amministrative. L’avanzata delle Città in Comune
di Raffaele Tecce (Segreteria nazionale PRC-SE)

> Al ‘popolo del Brancaccio’ e a tutti quelli che si uniranno
di Anna Falcone, Tomaso Montanari

> Appello. Salvare le vite prima di tutto
a cura di Stefano Galieni e altri
Chiudere i porti alle navi umanitarie è un crimine

> A Firenze la festa nazionale di Rifondazione Dal 6 al 10 settembre 2017
di Dmitrij Palagi segretario Federazione di Firenze PRC-SE

> G7 Torino. Mobilitazione antiliberista

> La condizione dei lavoratori.
di Un gruppo di compagne e compagni, dei settori pubblici e privati, di Torino

> Sportello sociale Meligu a Sassari
di Andrea Lai – Circolo del Meilogu “Enzo Mele” – Federazione di Sassari e Gallura

> La Casa del Popolo di Chieri
di Luigi Cerini -Segretario PRC/SE Circolo Chieri e Cambiano (TO)

> Il PRC nella bassa Val Cecina
di Renzo Belcari -Circolo PRC/SE di Cecina (LI)

> L’impegno del PRC nel Gargano
di Eustachio Caputo – segretario PRC/SE Circolo di Ischitella (FG

> Cosa fare e cosa non fare usando i vari mezzi e spazi della rete: volantini, manifesti, facebook, blog. Informazione. I “Decaloghi”
di Elisa Corridoni segreteria nazionale PRC/SE – Responsabile Comunicazione

> La rivista Lavoro e Salute
di Franco Cilenti
Silvia Falco Circolo L. Libertini PRC/SE Torino

venerdì 24 marzo 2017

Il lavoro femminile e i corpi di tutti diventati il nuovo capitale fisso


Lavoro. Il plusvalore creato dal lavoro femminile fa parte del processo di creazione di nuovo valore nella fabbrica diffusa dove tempo di vita e tempo di lavoro si mischiano.
L’articolo che Piero Bevilacqua ha pubblicato recentemente su questo giornale in occasione dell’8 marzo, è un testo esemplare (https://www.ilmanifesto.it/un-sapere-profondo-sempre-allopera/) dei metodi e dei contenuti che dovrebbero caratterizzare la sostanza analitica e politica del «nostro campo».
Bevilacqua mette al centro della propria riflessione un aspetto essenziale del modo in cui si estrae plusvalore dal «lavoro-vivo» femminile nei nostri tempi. Si tratta di un’importante indicazione di metodo per quanto riguarda l’insieme della questione «lavoro». Il fatto che il plusvalore creato dal «lavoro-vivo» femminile non provenga soltanto dai luoghi di produzione a ciò tradizionalmente deputati (fabbriche, uffici…), infatti, non è questione solo di genere. Il genere naturalmente mantiene nell’ambito di un processo complessivo le sue specificità, ma è appunto all’interno (nel profondo) del processo che è necessario esercitare l’indagine.
Numerosi studi basati su ampia e rigorosa ricerca empirica dimostrano come la valorizzazione del capitale (la crescita della ricchezza) avvenga in misura progressivamente più rilevante, in questi nostri tempi, attraverso una sorta di fabbrica diffusa, deterritorializzata, una fabbrica fuori della fabbrica, priva di strutture materiali, ma ricca di capitale umano.
«Quando si parla di capitale umano, per quanto tale espressione possa essere odiosa, si dice una cosa giusta: il corpo è diventato una forma di capitale fisso dotato di protesi quali l’iPhone, l’iPad, i computer» (C. Marazzi, Che cos’è il plusvalore?, 2016). La creazione di valore in maniera esterna ai luoghi classici di creazione della «merce» comporta la sempre più difficile distinzione tra tempo di lavoro e tempo di vita. La vita stessa è messa al lavoro, persino nello stato di disoccupazione (temporanea o meno), e nella forma, oggi sempre più ampia, del lavoro gratuito.
Tale processo, diventato ormai macroscopico per la sua imponenza negli ultimi decenni, è però elemento costitutivo della valorizzazione del capitale. Scriveva Marx nella sua opera principale: «Il lavoratore, per tutto il tempo della sua vita (il corsivo è mio, nda) non è altro che forza-lavoro e, perciò, tutto il suo tempo disponibile è, di natura e di diritto, tempo di lavoro e dunque appartiene all’autovalorizzazione del capitale» (Il Capitale, vol. I).
Cambiano le forme di valorizzazione nel tempo e nei luoghi, ma non ne cambia la logica fondamentale.
«La produttività della macchina si misura con il grado in cui la 
macchina sostituisce la forza lavoro umana»
Karl Marx
Inoltre le forme attuali convivono con le forme precedenti, con il fordismo ad esempio, e pure con il ritorno di forme di lavoro schiavile. Ed anche questo è un fenomeno costitutivo dell’accumulazione. A proposito di nuovo il Marx de Il Capitale: «La produttività della macchina si misura con il grado in cui la macchina sostituisce la forza lavoro umana».
Ma se ci sono condizioni, o si possono creare, in cui il lavoro umano costa pochissimo? «Gli yankees hanno inventato macchine spaccapietre. Gli inglesi non le utilizzano, perché al miserabile (“wretch”[miserabile, disgraziato] è termine tecnico dell’economia politica inglese per il lavoratore agricolo) che compie questo lavoro viene pagata una parte tanto piccola del suo lavoro che il macchinario rincarerebbe la produzione per il capitalista. In qualche occasione in Inghilterra vengono ancora impiegate donne invece di cavalli per rimorchiare ecc. le barche dei canali, perché il lavoro richiesto per la produzione di cavalli e macchine è un quantum matematico dato e invece quello del 
mantenimento delle donne della sovrappopolazione è al di sotto di ogni calcolo».
Pensare la categoria «lavoro» nello spazio e nel tempo, pensarla nella logica suddetta, non significa fuggire nei cieli tersi della teoria, là dove tutto torna.
Significa, invece, pensare il lavoro di oggi nella sua vera concretezza, nelle sue molteplici determinazioni, nella pienezza della sua dimensione non riducibile alla funzione di merce. Una funzione che permette di parlare di uomini in termini di esuberi.
Da qui scaturiscono proposte politiche sul «lavoro» necessariamente antitetiche rispetto al contesto che partorisce le molteplici concretizzazioni del Jobs Act.
Ecco, quello che ho chiamato il «nostro campo» non può non avere come denominatore comune se non tale esercizio di «sapere profondo» che comporta scelte politiche estranee alla vacuità «progressista».
Scelte politiche non a sinistra del centro-sinistra, bensì diverse nei fondamenti. Ancora la diversità appunto, che non è questione etico-antropologica, ma politica.
Al di fuori della lotta politica, diceva Piero Gobetti, manca il criterio del rinnovamento etico. E lotta politica nel «nostro campo» significa rifiuto del mercato politico, inesorabile portatore delle pratiche di trasformismo dominanti nella «sinistra» generica. Significa inversione della direzione rispetto a chi ha distrutto le strade alternative in modo che non vi fosse più alternativa.
Paolo Favilli
Marzo 2017

lunedì 22 settembre 2014

Vogliono commercializzare tutta la nostra vita. Un attacco epocale del capitare finanziario transnazionale per sottomettere qualsiasi libertà e diritto, non solo individuale ma anche nazionale, ai propri interessi. Siamo nelle mani di una vera banda di folli criminali a livello mondiale.

A Roma il 10 Ottobre volantinaggio di lancio della giornata. Per l’appuntamento controlla regolarmente questa pagina
Volantina anche tu: scarica e stampa volantini e flyer a questa pagina
Coinvolgi la tua amministrazione locale: chiedi che approvino una MOZIONE DI SFIDUCIA contro il TTIP.
Scarica il modello Bozza di Mozione STOP TTIP sett 14_2
A Milano l’11 Ottobre un Seminario Nazionale di STOP TTIP nell’ambito del Forum dei Popoli Asia-Europa
A Roma il 14 Ottobre presidio in occasione del seminario sul TTIP promosso dal Governo Italiano
A ROMA ASSEMBLEA NAZIONALE 8 NOVEMBRE ORE 10-18 VIA GALILEI 55 (a 200 mt dalla fermata metro MANZONI)
il volantino dell’iniziativa flyer stop ttip italia ASSEMBLEA WEB
In questa pagina l’aggiornamento in tempo reale di tutti gli eventi in programma.
Segnala la tua iniziativa o l’adesione alla campagna a questa email stopttipitalia@gmail.com
L’appello europeo alla mobilitazione;
STOP TTIP: DIFENDIAMO DIRITTI E BENI COMUNI
Società civile, sindacati, contadini associazioni e gruppi di attivisti di base di tutta Europa lanciano insieme un appello per fare dell’11 Ottobre una giornata di azione per fermare i negoziati TTIP, CETA, TISA e tutti gli altri negoziati di liberalizzazione commerciale in corso e per promuovere politiche commerciali alternative, che mettano i diritti, il governo dei popoli e l’ambiente al primo posto.
Il TTIP (Partenariato Transatlantico sugli scambi e sugli investimenti tra Usa e Ue) e il CETA (Accordo commerciale comprensivo tra Canada e UE) sono gli esempi più significativi di come le politiche commerciali e di investimento si stanno negoziando in modo antidemocratico e nel solo interesse delle grandi imprese. I negoziati in corso sono segreti, con poche informazioni disponibili per un controllo pubblico del loro andamento, consentendo così alle lobby corporative una sempre maggiore influenza su di essi.
Qualora tali accordi vadano avanti, le multinazionali avranno il diritto esclusivo di citare in giudizio i governi di fronte ad arbitrati commerciali internazionali indipendenti dai sistemi giuridici nazionali ed europei. Essi ridurranno gli standard di salute e di sicurezza nel tentativo di “armonizzare” le regole al di qua e al di là dell’Atlantico e minando la capacità di governi nazionali e autorità locali di impedire le pratiche commerciali (ma non solo) pericolose come il fracking  o l’uso di OGM. Questi trattati inducono la svendita dei servizi pubblici essenziali e forzano i diritti sociali e quelli dei lavoratori ad una corsa al ribasso.
L’Unione europea è il laboratorio in cui le lobby corporative sperimentano la possibilità di sottrarre ai popoli ed ai cittadini ogni facoltà decisionale, trasferendola ad organismi sovranazionali oligarchici a quelle lobby asserviti. Queste politiche sono strettamente legate al progressivo smantellamento degli standard sociali e spingono verso la privatizzazione dei servizi pubblici, in nome di slogan quali “austerità”, “crisi politica” e aumentare la “competitività”.
La giornata di azione renderà il nostro dissenso pubblicamente visibile per le strade d’Europa. Porteremo il dibattito su queste politiche nell’arena pubblica, da cui la Commissione europea ei governi europei cercano di tenerlo lontano. Promuoveremo le nostre alternative per politiche economiche diverse.
Siamo solidali con i cittadini e gruppi di tutto il mondo che condividono le nostre preoccupazioni per l’ambiente, i diritti sociali, la democrazia. TTIP / CETA / TISA e altri analoghi accordi commerciali saranno fermati dall’energia con la quale noi cittadini d’Europa, Canada e Stati Uniti riusciremo a far sentire la nostra voce.
Invitiamo le organizzazioni, gli individui e le alleanze a partecipare alla giornata organizzando azioni autonome decentrate in tutta Europa. Accogliamo con favore la diversità delle tattiche e le azioni di solidarietà da tutto il mondo che ci aiuteanno a informare, coinvolgere e mobilitare il maggior numero di persone possibile a livello locale.
Possiamo vincere questa battaglia. Insieme, sconfiggiamo il potere delle corporations!

Il sito della campagna: www.stop-ttip-Italia.net

domenica 1 giugno 2014

Chiapas: muore Marcos, vive Galeano. Cronaca da La Realidad zapatista, Chiapas: muore Marcos, vive Galeano

24 maggio – Caracol de La Realidad, Chiapas, Messico.

Il 2 maggio scorso un’infame aggressione nel territorio autonomo del caracol de La Realidad ha scosso l’universo zapatista: attraverso l’ennesima e premeditata azione paramilitare i membri della CIOAC-Histórica, un’organizzazione della zona da anni al soldo dei partiti, hanno distrutto la scuola e la clinica autonoma per poi attaccare uomini disarmati, ferendone quindici. Il maestro dell’Escuelita zapatista, José Solís López, “Galeano”, è stato circondato da una ventina di uomini armati di bastoni, machete e fucili. Galeano ha invitato i paramilitari a confrontarsi senza armi, disarmandoli uno ad uno finché non gli hanno sparato un proiettile in una gamba. A quel punto hanno iniziato a colpirlo con bastoni e machete, per poi piantargli un’altra pallottola nel petto che l’ha reso moribondo. L’hanno finito sparandogli alla testa.
E’ stato il primo attacco a uno dei cinque caracoles, i centri organizzativi che dal 2003 gestiscono tutte le questioni logistiche-organizzative delle comunità attraverso le proprie giunte del buen gobierno che seguono il principio di “comandare obbedendo”, cioè rappresentare e non soppiantare. Non rappresenta invece una novità l’attacco paramilitare come strategia controinsurrezionale: come sempre in questi casi i media ufficiali sul libro paga del governo hanno dipinto l’azione come uno scontro a fuoco, provocato da conflitti interni alla comunità. I militari dell’esercito non sono coinvolti direttamente e quindi nessuno tra i grandi mezzi d’informazione parla di premeditazione o di responsabilità imputabili a governi e partiti: la storia si ripete, e per chi ha seguito il modus operandi del governo messicano in Chiapas nel combattere gli zapatisti negli ultimi anni non c’è niente di nuovo.
In un comunicato del 13 maggio il Subcomandante Marcos ha invitato chiunque volesse rendere omaggio al compañero Galeano a raggiungere il caracol de La Realidad, nel Municipio de Las Margaritas, per un incontro nella giornata di sabato 24 maggio. Ha rivolto un invito speciale a partecipare ai “media liberi, alternativi, autonomi o come si dice”, quindi “non venduti”, e solo a questi. La stampa ufficiale non era benvenuta. E’ così che nei pressi della città chiapaneca di San Cristobal de Las Casas si sono concentrati i mezzi di trasporto della gran carovana, di circa mille persone, che è partita dalla stessa San Cristobal. Altri mezzi arrivavano da più lontano, da Città del Messico e Oaxaca. I problemi organizzativi di una carovana diretta in territorio zapatista sono sempre tanti. Man mano che ci si addentra nella selva, il cammino si fa sempre più ostile e impraticabile per gli autobus che vi s’inerpicano. Due vecchi pullman arrivati dalla capitale si bloccano, esausti, all’altezza di Margaritas e rallentano l’intera carovana. Il nostro gruppo parte da San Cristobal alle sette del mattino di venerdì 23 maggio, ma raggiunge La Realidad solo alle otto del mattino del giorno dopo, nonostante normalmente il percorso richieda non più di sette ore.
A La Realidad sono presenti compañeros e compañeras, accorsi da tutti i caracoles. Sono più di 3000 persone in totale, che si aggiungono alle mille persone della carovana. A circondare il campo da basket, punto di ritrovo di fronte al palco, ci sono i militanti e i membri dell’EZLN, disposti in formazione militare, col volto e la testa coperti da passamontagna, berretto verde e paliacate, cioè il tipico fazzoletto rosso. L’esercito insurgente non lascia sole le proprie bases de apoyo. Hanno l’occhio destro coperto da una benda, per guardare il mondo da sinistra. Verso mezzogiorno appare il Subcomandante Insurgente Marcos con la Comandancia General dell’EZLN. Arrivano a cavallo e dopo il saluto militare lasciano spazio alla parola. Legge un comunicato il Subcomandante Moisés, uno dei primi indigeni di etnia tzeltal formato completamente dall’EZLN negli anni ’90 e suo portavoce dal 2013: “Non vi offriamo molte comodità, ma la certezza di essere forti e ribelli. Benvenuti a questa terra umile e ribelle, benvenuti a La Realidad”.
Le sue parole da subito ribadiscono la linea dell’EZLN, coerente nel tempo in situazioni di questo tipo: “Cerchiamo giustizia, non vendetta, chiediamo a tutti di non provocare e di non cercare la giustizia per mano propria, di usare la rabbia contro il sistema e non contro questi poveri paramilitari comprati dal malgoverno, che non hanno il cervello per pensare alla vita dei propri figli”. Seguono le accuse contro il (des)gobierno di corrotti e assassini, che continua a creare gruppi paramilitari, comprando la gente per far ammazzare tra loro i contadini, “per farci uccidere tra fratelli”. Il governatore dello stato del Chiapas, Manuel Velasco Coello, viene definito come un capo paramilitare al soldo del supremo leader paramilitare Enrique Peña Nieto, attuale presidente della repubblica messicana. Il presidente viene soprannominato, come di consueto, “el vendepatria”, un uomo con le mani macchiate di sangue, succube dei suoi padroni che sono le multinazionali.
Secondo le regole zapatiste gli appartenenti alla comandancia dell’EZLN possono entrare nelle comunità solo se queste lo richiedono e per questo si trovano a La Realidad, adesso, con il compito di indagare sull’omicidio “dell’amato e indimenticabile maestro Galeano”. La rabbia di migliaia di indigeni, afferma Moisés quasi gridando, non è per gli assassini stupidi e ignoranti ma per il malgoverno e soprattutto per il capitalismo a cui è asservito. Il Subcomandante elenca i nomi dei responsabili a livello politico e dei paramilitari che hanno eseguito il codardo attacco. In passato un ex governatore già aveva confessato di aver fornito soldi e armi agli stessi paramilitari, “gente manipolata e venduta al malgobierno che vuole che ci ammazziamo tra indigeni e che perdiamo la testa diventando pazzi come sono loro. Stanno facendo il lavoro di Peña Nieto e del demonio del neoliberismo. Chiediamo a questa gente, cosa insegnano ai loro figli? Ad ammazzare la propria gente in cambio di denaro? La nostra vendetta va oltre questa gente, è contro il capitalismo”.
Ancora una volta la risposta zapatista alla violenza del governo è estremamente intelligente. La rabbia e il dolore per la morte di un compagno non generano altrettanta violenza cieca. Invece, si chiarisce ancora una volta che gli indigeni del Sud-est messicano hanno ben chiaro che la strategia del governo è fatta di provocazioni e bassezze. Soprattutto hanno ben chiaro chi è il vero nemico, chi sono i veri nemici. Nella notte il Subcomandante Insurgente Marcos annuncia l’imminente scomparsa della sua figura, che definisce “un ologramma”. Ha catturato l’attenzione di tutto il mondo che non sapeva guardare oltre alla figura di un leader meticcio, quindi non indigeno. Di fatto è passato dall’essere il portavoce dell’EZLN a una vera e propria arma di distrazione di massa. La lettura completa del suo discorso palesa l’essenza del suo personaggio, partendo dalla sua creazione definita “una completa manovra di distrazione, un trucco di magia terribile e meravigliosa, una giocata maligna del cuore indigeno”. Un personaggio creato ad hoc, quindi, che ricorda esso stesso a quelli che hanno amato e odiato il Sub Marcos che “hanno amato e odiato un ologramma”.
“Il loro amore e il loro odio, dunque, è stato inutile, sterile, vuoto”, spiega. Al suo lungo discorso, intitolato “tra la luce e l’ombra”, non c’è molto da aggiungere. E’ importante sottolineare un passaggio che testimonia la coerenza del movimento negli anni. Gli zapatisti hanno preferito la vita alla morte: al posto di ingrossare le fila dell’esercito, comprare armamenti e “rinforzare la macchina da guerra”, hanno costruito scuole e ospedali autonomi. “Perché anche se non sembra, ci vuole più coraggio a vivere che a morire”. Questa è ed è stata la forza dei ribelli del colore della terra, di tutti gli uomini e le donne che in questi anni, disarmati, hanno affrontato militari, carri armati, provocazioni e paramilitari. Se è vero che la base, in origine, è stata l’insurrezione armata, di nuovo il Subcomandante la descrive come una necessità, perché senza questa conquista l’autonomia non sarebbe stata una costruzione possibile. Il testo del discorso non tralascia un elenco di compagni scomparsi, uccisi, ma vivi nella memoria, che hanno mantenuto viva la lotta in tutto il mondo: Carlo Giuliani è tra questi.
Al momento dell’ultimo saluto alla tomba del maestro Galeano il serpentone di donne, uomini, bambini e bambine con il passamontagna, mescolati con tutti gli altri, venuti a dire Adiós a un uomo che mai s’è venduto e che ha lottato fino all’ultimo respiro, è impressionante per la sua lunghezza. Per più di un’ora la famiglia riceve abbracci, conforto, sussurri e solidarietà, incessantemente, da tutto il mondo a La Realidad. E’ impressionante anche la forza e la coscienza dei compagni e dei familiari di Galeano. “Siamo distrutti ma siamo forti: questa è la lotta”, risponde la vedova del maestro a un visitatore che le dice di farsi forza.
Il dolore e la rabbia, quindi, ma anche forza, lucidità, intelligenza. Idee chiare e determinazione. Ciò che ha permesso agli zapatisti di resistere vent’anni, creando autonomia e, all’interno di questa costruzione, sviluppare educazione, salute, dignità, giustizia, coltivando la propria terra e la propria libertà. Una lotta che non tutti possono o vogliono comprendere, un modello di organizzazione distante da tutti gli schemi rivoluzionari classici. Un modello che non si è logorato e che continua a essere esempio e fonte d’ispirazione per tante lotte nel mondo. Le reti continuano a tessersi, rivivono. Dopo vent’anni, ancora una volta, los compañeros y las compañeras ricordano a chi ha orecchie per ascoltare che non cadranno nella trappola della guerra sporca, che non faranno il gioco di chi cerca da sempre il pretesto per trasformarli in ciò che non sono: “Non siamo assassini come loro, siamo gente che lotta”, ribadisce Moisés. Non vendetta ma giustizia.
Le ultime parole del Subcomandante Insurgente Marcos sono “salud y hasta nunca… o hasta siempre, chi ha capito saprà che questo non importa, che non ha mai importato”. Poco dopo la stessa voce saluta: “Buongiorno, compañeras e compañeros. Il mio nome è Galeano, Subcomandante Insurgente Galeano. Qualcun altro si chiama Galeano?”. “Io sono Galeano”, urlano in molti. Il maestro e compañero Galeano rinasce nella voce dei presenti. E così si chiude il comunicato, firmato Subcomandante Insurgente Galeano. Marcos muore, Galeano vive. Il Sub resterà nell’EZLN, ma il suo personaggio pubblico scompare. Resta dunque il collettivo, e Moisés come portavoce dell’EZ.
Da questo spazio recondito della selva Lacandona, dal centro de La Realidad, migliaia di persone hanno reso omaggio al maestro Solís perché “se toccano uno, toccano tutti noi”, dicono da queste parti. Ancora una volta gli aggressori delle basi zapatiste hanno versato del sangue e ancora una volta il ricordo di un uomo caduto en la lucha s’è impresso nella memoria di chi ha conosciuto e ascoltato la sua storia. Ma l’EZ, le sue basi e le comunità si rialzano, annunciano la ripresa delle attività delle Escuelitas, la prossima ricostruzione delle strutture distrutte dall’attacco del 2 maggio, per cui chiedono solidarietà, e infine la fissazione di un nuovo incontro tra i popoli indigeni del Messico e del mondo. E dalle montagne del sudest messicano il grido riecheggia in tutti gli angoli ribelli del mondo: ¡Galeano vive!

www.carmillaonline.com

sabato 1 marzo 2014

La nuova architettura istituzionale dell'Unione Europea. Se le rivoluzioni borghesi del Seicento e Settecento hanno avuto come obiettivo il controllo delle finanze pubbliche, da sottrarre all’arbitrio delle monarchie assolute per devolverlo ai parlamenti, oggi nell’UE questo controllo è nelle mani di un’oligarchia.

Come spesso accade è il giornale della Confindustria, Il Sole 24 Ore, a registrare con la maggiore puntualità gli avvenimenti economici e istituzionali, cogliendone peraltro il senso politico, così è stato per l’ultima iniziativa dell’Unione Europea, quella dell’unione bancaria, giudicata come il più recente e di sicuro non l’ultimo atto del ‘restyling’ dell’architettura dell’UE1. Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia ed esponente di vertice dell’élite tecnocratica, ha messo in evidenza che proprio la crisi dei debiti sovrani ha ‘provocato un salto in avanti nel processo di unificazione’ mettendo in moto la ‘più profonda ondata di innovazione istituzionale’ che sia mai avvenuta nell’UE2.
Abituati, per un vizio culturale, a scrutare solo le istituzioni ‘politiche’ – il parlamento, il governo, i ministeri … –, spesso si lasciano in un cono d’ombra quelle che contano nella sfera decisionale economica e finanziaria. Per esempio, in un recente volume dal titolo Democracy and subsidiarity in the EU, curato da Marta Cartabia Nicola Lupo e Andrea Simoncini3 (persone ben addentro alle cose europee), si scandaglia il processo decisionale dell’UE trascurando gli organismi in cui si è andato concentrando il potere sull’intero campo delle politiche economiche e di bilancio: Commissione, ECOFIN, Eurogruppo, BCE in stretta coordinazione con i governi degli Stati membri. Si continua ad esaminare l’UE alla luce dei Trattati di Lisbona come se dal settembre del 2010 non fosse stata avviata una riorganizzazione, rivelatasi radicale, dei complessivi meccanismi decisionali sia a livello europeo sia a livello nazionale. Nel settembre 2010 l’ECOFIN avviò il Semestre Europeo per innovare le procedure di bilancio dei Paesi dell’Eurozona che condusse nel 2011 all’emanazione del Six Pack, completato nel 2013 con il Two Pack, il tutto accompagnato da due Trattati internazionali: il Fiscal Compact e l’ESM. Questa ristrutturazione dei poteri decisionali, a partire da quelli economico-finanziari, in parallelo alle misure ‘non convenzionali’ della BCE, ha consentito all’UE di gestire la crisi dei mercati finanziari, dei debiti pubblici e dell’euro, e di riorganizzare l’intero tessuto istituzionale.
L’Europa non si farà di colpo, sosteneva Monnet, e aggiungeva che essa sarebbe stata il risultato delle crisi che avrebbe via via incontrato: la sua visione è stata ‘profetica’ e il suo ‘funzionalismo’ si è rivelato un metodo di azione vincente dato che nel fronteggiare anche la presente crisi l’UE ha portato avanti l’integrazione sovranazionale.
Il processo di ristrutturazione dei poteri dell’UE ha dato vita a un’oligarchia che decide l’insieme delle politiche pubbliche. Oligarchia che vede insieme forze dell’imprenditoria industriale e finanziaria, banche, BCE, governi nazionali, tecnocrazia dell’UE: un ceto elitario che dispone dei destini di 500 milioni di persone. La sua ragion d’essere e le sue finalità sono l’attuazione di politiche per il funzionamento del mercato unico, di cui l’euro è strumento necessario. Le misure monetarie ‘non convenzionali’ della BCE, che ha inondato le banche di liquidità a bassi tassi di interesse, lungi dallo sciogliere l’intreccio tra banche e debiti pubblici hanno finito per rinsaldarlo, sia nella fase di crisi acuta del 2011-2012 quando le banche con la liquidità fornita dalla BCE hanno comprato titoli pubblici (salvando gli Stati), sia ora quando con il calo degli spread gli ‘investitori internazionali’ comprano di nuovo titoli pubblici dei PIGS con il risultato di valorizzare anche i titoli bancari. Banche e debito pubblico, da sempre, ‘insieme stanno e insieme cadono’. Ciò perché mediante le transazioni tra BCE, banche e Tesoro quale emittente del debito pubblico si crea e viene gestita la moneta unica necessaria per il ‘funzionamento efficace di tutti i mercati’ nella sua qualità di valuta per gli scambi e di riserva4.
Se le rivoluzioni borghesi del Seicento e Settecento hanno avuto come obiettivo il controllo delle finanze pubbliche, da sottrarre all’arbitrio delle monarchie assolute per devolverlo ai parlamenti, oggi nell’UE questo controllo è nelle mani di un’oligarchia.
Le banche sono in una fase di ristrutturazione secondo modi e tempi dettati dal processo di unione bancaria, che concentra a livello di UE e di BCE i poteri di regolamentazione, sorveglianza e risoluzione delle crisi di insolvenza. A sostenere la riorganizzazione dell’economia, delle banche e della finanza, sono finalizzate le nuove procedure del bilancio pubblico.
Nell’Annual Growth Survey 20145, la Commissione ha avvertito che la nuova governance, grazie al Semestre europeo, richiede ‘un pubblico consenso e l’accettazione della necessità delle riforme’, una più stretta coordinazione ex ante delle politiche economiche dei paesi dell’Eurozona al fine di incrementare la produttività e la competitività, l’attuazione delle Raccomandazioni della Commissione emesse in relazione ai DEF nazionali, sia dei Paesi nel ‘braccio preventivo’ sia di quelli nel ‘braccio correttivo’.
La governance economica dei Paesi dell’Eurozona è regolamentata dal Six Pack e dal Two Pack. Il Six Pack è costituito da cinque regolamenti e una direttiva: i regolamenti, identificati dai numeri 1173, 1174, 1175, 1176, 1177 ed emanati nel novembre 2011, riguardano i paesi della Zona Euro mentre la direttiva 2011/85/UE concerne tutti gli Stati membri disciplinandone le modalità di redazione dei quadri del bilancio.
Il Two Pack, che coinvolge i paesi della Zona Euro, si compone di due regolamenti del 2013, che portano i numeri 472 e 473.
Per riassumerne i contenuti, nella maniera più neutrale possibile, ricorro alla sintesi offerta dal sito della Camera dei Deputati. Il Six Pack mira a un’applicazione più stringente del Patto di stabilità e crescita sancendo:
  • - l’obbligo per gli Stati membri di convergere verso l’obiettivo del pareggio di bilancio con un miglioramento annuale dei saldi pari ad almeno lo 0,5%;
  • - l’obbligo per i Paesi il cui debito supera il 60% del PIL di adottare misure per ridurlo ad un ritmo soddisfacente, nella misura di almeno 1/20 della eccedenza rispetto alla soglia del 60%, calcolata nel corso degli ultimi tre anni;
  • - un semi-automatismo delle procedure per l’irrogazione delle sanzioni per i Paesi che violano le regole del Patto; le sanzioni sono raccomandate dalla Commissione e si considerano approvate dal Consiglio, l’ECOFIN, a meno che esso non la respinga con voto a maggioranza qualificata (‘maggioranza inversa’) degli Stati della Zona Euro (senza tener conto del voto dello Stato interessato).
Ai Paesi che registrano un disavanzo eccessivo si applica un deposito non fruttifero pari allo 0,2% del PIL realizzato nel’anno precedente, convertito in ammenda in caso di non osservanza della raccomandazione di correggere il disavanzo eccessivo.
Il Two Pack rende più vincolante la parte preventiva e quella correttiva del Patto di stabilità e crescita attraverso:
  • il rafforzamento della sorveglianza economica e di bilancio degli Stati membri che affrontano o sono minacciati da serie difficoltà per la propria stabilità finanziaria;
  • il monitoraggio e la valutazione dei progetti di bilancio e per assicurare la correzione dei disavanzi eccessivi degli Stati membri nella Zona Euro.
A questi fini gli Stati membri sono tenuti a:
  • - pubblicare i propri programmi di bilancio a medio-termine, basati su previsioni macroeconomiche fornite da un organismo indipendente;
  • - presentare entro il 15 ottobre il progetto di bilancio per l’anno successivo;
  • - approvare la legge di bilancio annuale non più tardi del 31 dicembre;
  • -istituire un ente di controllo del bilancio indipendente.
La Commissione, qualora ritenga il progetto di bilancio di uno Stato membro non conforme agli obblighi imposti dal Patto di stabilità e crescita, può chiedere, entro due settimane dalla ricezione del progetto, la presentazione di un progetto di bilancio rivisto. Al termine dell’esame del progetto di bilancio, al più tardi entro il 30 novembre di ogni anno, la Commissione adotta, se necessario, un parere sul progetto stesso, da sottoporre alla valutazione dell’Eurogruppo6.
Per la sessione di bilancio 2014, oltre al Six Pack già vigente dal 2011, è entrato in vigore il Two Pack, per questo 13 paesi dell’Eurozona hanno presentato il 15 ottobre 2013 i propri progetti (i Draft Budgetary Plans), tranne quelli sottoposti ai ‘programmi di aggiustamento’ che sono Cipro, Grecia, Irlanda e Portogallo, i cui bilanci sono monitorati quotidianamente dalla Commissione o dalla Troika.
Con puntualità il ministro Saccomanni ha spedito a Bruxelles il Draft Budgetary Plan redatto direttamente in inglese. Basta esaminarne alcuni passi per rendersi conto di quanto profondo sia il cambiamento del luogo decisionale del bilancio pubblico. Vi si legge che «in linea con le prescrizioni del Two Pack, per la corrente sessione di bilancio l’Italia presenta per la prima volta il Draft Budgetary Plan per aggiornare le proiezioni macroeconomiche e di bilancio pubblico indicate nel Programma di Stabilità pubblicato in aprile e per dare i dettagli delle misure di aggiustamento». Sono elencate tutte le misure per condurre sane politiche fiscali e per tornare sul ‘sentiero della crescita’, indicando i tre indirizzi da seguire: la legge di bilancio del 2014 con il rispetto dei parametri del deficit e del debito, il taglio del cuneo fiscale, i provvedimenti per recuperare competitività e per riavviare le privatizzazioni7.
Delle Tabelle statistiche e delle Tavole riassuntive delle politiche italiane, che formano la maggior parte del Draft Budgetary Plan, è utile leggere la Tavola I 1-14, perché in essa si dà conto di come la Legge di Stabilità 2014 risponda alle Raccomandazioni che la Commissione e l’ECOFIN hanno rivolto all’Italia nel giugno-luglio 2013. Le Raccomandazioni sono state tutte accolte e soddisfatte, e come prova si indicano meticolosamente articoli e commi della Legge di Stabilità relativamente alla riduzione del debito, all’efficienza della PA, al rafforzamento del sistema finanziario, alla flessibilizzazione del mercato del lavoro, al sistema fiscale e alla competitività: non il Parlamento, non le forze sociali sindacali o associative e men che mai i cittadini sono i referenti del governo, solo la Commissione è interlocutrice essendo essa anche il giudice dei bilanci pubblici.
Soprattutto giudice. Infatti nelle valutazioni che la Commissione ha emesso il 30 novembre 2013 le misure italiane sono state giudicate insufficienti, e perfino le statistiche economiche sono state messe all’indice in quanto non elaborate da un organismo autonomo. Afferma la Commissione che il Regolamento 473/2013 richiede che il bilancio sia redatto sulla base di previsioni e dati elaborati da un organismo indipendente, che in Italia sarà l’Ufficio parlamentare del bilancio, che di parlamentare non ha altro che la sede e i finanziamenti essendo un organismo di esperti’indipendenti’, come prescrive la legge n. 243/2012. Proprio in questi giorni i presidenti di Camera e Senato hanno pubblicato il bando di concorso per la selezione degli esperti, membri di questo nuovo Ufficio che sottrarrà al Parlamento perfino il potere conoscitivo non più necessario in quanto non ha più poteri decisionali in tema di bilancio. La Commissione, emanando le sue valutazioni per i paesi della Zona Euro, ha dato voto di insufficienza al Budgetary Plan italiano anche a causa del rischio che esso non risponda agli obiettivi di rientro dal debito e che troppo deboli risultino le misure relative al cuneo fiscale, al mercato del lavoro e alle privatizzazioni. I giudizi della Commissione sono determinanti perché sono la condizione necessaria per usufruire di margini di manovra sugli investimenti pubblici, previsti per i paesi che sono nel ‘braccio preventivo’ del Patto di stabilità e crescita, come l’Italia uscita ormai da quello ‘correttivo’8. Se il giudizio della Commissione non cambierà l’Italia non potrà investire 3/4 miliardi nel 2014, margine di manovra sul deficit che altrimenti verrebbe concesso. I livelli di indebitamento sono decisi ormai dall’UE.
La vicenda della legge di Stabilità 2014 ha fatto venire alla luce un circuito decisionale ristretto a pochi soggetti, che fanno tutti parte o degli esecutivi nazionali, come i ministri, o delle tecnocrazie degli Stati membri e dell’UE, o della BCE.
Un’autorevole giustificazione politico-culturale di questo regime oligarchico è stata offerta da Mario Draghi. Uso il termine ‘autorevole’ non tanto per indicare una persona di elevato rango nella gerarchia del potere, quanto nella sua derivazione da ‘autore’, dato che i discorsi di una persona ‘autorevole’ sono ‘performativi’, produttori di effetti pratici nella vita sociale: attraverso le sue parole, grazie alla sua funzione di presidente della BCE, Draghi è ‘autore’ di fatti politico-istituzionali. Per questo la sua teorizzazione sui nuovi modi di esercitare la sovranità non solo fornisce senso al nuovo regime ma contribuisce nella pratica sociale e istituzionale a instaurarlo − regime che è agli antipodi della democrazia rappresentativa come l’abbiamo conosciuta in una ormai secolare storia.
In un discorso tenuto alla Harvard Kennedy School (9 ottobre 2013), particolarmente ampio per gli standard dei suoi interventi, Draghi mette in luce che l’Europa, così lui chiama l’UE, è impegnata in un vasto processo di riforma per raggiungere tre risultati: rendere le finanze pubbliche più sostenibili; portare la sua economia a un più alto livello di competitività; rafforzare i bilanci delle proprie banche9. Come per Ignazio Visco, per Draghi profondo è l’attuale processo di riforma istituzionale tanto da affermare che il preambolo dei Trattati, dove si indica ‘un’unione sempre più stretta’ quale scopo dell’UE, non coglie più il senso dei recenti avvenimenti meglio ‘catturato’ dalle parole della Costituzione degli USA, laddove questa stabilisce come finalità ‘una più perfetta unione’ degli Stati. Non è un gioco di parole perché oggi, sostiene Draghi, si è in presenza di un ‘perfezionamento’ del disegno nato nel 1999 con l’avvio dell’euro.
A questo punto del discorso viene la prima affermazione che mi interessa evidenziare: «un mercato unico ha necessariamente implicazioni politiche», consentendo sia una cessione-condivisione di sovranità nazionale sia la preservazione di un ruolo decisionale degli Stati membri. Caratteristiche fondamentali di un mercato unico è che, rispetto a una zona di libero scambio, gli Stati non possono ristabilire controlli alle frontiere né possono differenziare le loro politiche tariffarie rispetto al resto del mondo. Inoltre richiede un livello politico-istituzionale che garantisca ‘la protezione dei diritti di proprietà e l’esecuzione dei contratti’. La Corte di Giustizia del Lussemburgo è garante delle leggi di mercato, imperniate nei contratti privati e nella competizione.
La seconda rilevante affermazione di Draghi è che la cessione di sovranità da parte degli Stati membri è necessaria per il funzionamento del mercato unico, ciò che pone una questione di legittimazione dell’esercizio della sovranità sovranazionale.
Per fondare questa legittimazione Draghi ricorre a una distinzione. Della ‘sovranità’ si può parlare in un senso ‘normativo’ poiché essa viene declinata in termini di diritti: dichiarare guerra e pace, imporre tasse, battere moneta, esercitare la giurisdizione. Sono i teorici ‘assolutisti’ come Bodin e Hobbes a intraprendere questa fondazione ‘normativa’ della sovranità.
Un altro approccio è quello ‘positivo’ che mette la sovranità in relazione alla sua capacità di offrire i servizi – i beni pubblici – da parte del governo. John Locke è il propugnatore di questa più realistica visione dato che la sovranità ‘esiste solo in quanto potere fiduciario per porre in essere determinati fini’. È questa capacità ‘di raggiungere risultati che definisce, e legittima, la sovranità’, e a questa concezione aderisce anche James Madison che, nel Federalist Paper 45, individua il valore di un governo nel conseguimento di beni pubblici. Non ci si lasci sviare da questi riferimenti a due pensatori liberali classici, perché la concezione che Draghi avanza non ha al centro la rappresentanza, sia pure dei ceti proprietari come invece sostennero Locke e Madison. Draghi fonda la legittimità della sovranità non nella rappresentanza ma nell’efficacia della’azione di governo, anzi la sovranità stessa va concepita ‘in termini di risultati (outcomes)’.
Questa è una visione funzionalista della legittimità ‘democratica’, che si basa non sulla ‘voting democracy’, ma sulla ‘working democracy’ – categorie elaborate da David Mitrany prima di essere adottate dalla politologia contemporanea con i termini di ‘input democracy’ e ‘output democracy’10. La sovranità di cui parla Draghi è la sovranità degli esperti e di un ceto di governo che pretendono di conoscere quali siano i beni pubblici, di come produrli e distribuirli: per giungere a decisioni democratiche non serve coinvolgere i cittadini che sono i diretti interessati, occorrono decisioni efficaci. L’efficacia della decisione e dell’azione pubbliche sono la fonte di legittimazione di questa forma moderna di oligarchia.
Curzio Giannini, uno studioso di talento prematuramente scomparso, scrisse: «Tra banca centrale e Stato liberal-democratico vi è al di là dei meri nominalismi, un vero e proprio rapporto simbiotico: stesse origini, stesso sviluppo e, con tutta probabilità, stesso futuro, quale esso sia. Senza istituzioni liberal-democratiche è forse immaginabile un capitalismo; non è immaginabile una banca centrale. […] nell’Europa degli anni Novanta del Novecento si è riusciti a trascendere i confini nazionali nella costituzione di una banca centrale solo inscrivendola in un progetto di portata ben più ampia, volto alla formazione di un assetto politico federale». Poi preso dal dubbio avanza l’ipotesi di una possibile dissociazione tra Stato liberal-democratico e istituzioni del governo della moneta11. Oggi, se ancora presente tra noi, avrebbe dovuto riconoscere che tra la Banca centrale europea e le istituzioni liberal-democratiche, caratterizzate dalla rappresentanza parlamentare e dalla divisione e limitazione dei poteri, si è creato un abisso tale che Draghi è costretto a invocare a sostegno della governance economica l’ideologia della ‘working democracy’ che, in nome dell’efficacia dei risultati, pretende di giustificare il potere di despoti illuminati. Despoti illuminati perché impongono scelte pubbliche in virtù del proprio sapere e saper fare, che li renderebbero capaci di interpretare e soddisfare le domande della società. Non le pratiche democratiche attraverso cui far emergere gli interessi dei cittadini, al centro del nuovo regime oligarchico sono gli interessi degli attori dei mercati.
Del mercato unico dell’UE l’attore protagonista è l’euro, per questo Draghi invia un messaggio, a conclusione del suo intervento, ai dirigenti USA che nei giorni più bui della crisi erano convinti del fallimento dell’euro: «Essi si sbagliavano […]. Essi avevano sottovalutato la profondità dell’impegno degli europei verso l’euro. Essi si sbagliavano scambiando l’euro per un regime di cambi fissi, mentre esso è in realtà una moneta unica irreversibile. Ed è irreversibile perché è nata dall’impegno delle nazioni europee a una più stretta integrazione». È insomma un progetto politico: lo tengano a mente i molti economisti di sinistra che avevano addirittura previsto il crollo dell’euro. Se si vuole lottare per andare oltre l’euro occorre elaborare un altro progetto politico, e soprattutto elaborarlo insieme con le forze sociali in grado di realizzarlo.

Franco Russo
Tra i fondatori del movimento anticapitalista "Ross@". Il presente saggio uscirà su Alternative per il socialismo, n. 30

NOTE
  1. Il Sole 24 Ore, 30 dicembre 2013, pag. 8;
  2. Money and Monetary Institutions after the Crisis, discorso introduttivo alla Conferenza in memoria di Curzio Giannini, 10 dicembre 2013, pp.1-2;
  3. Bologna 2013; al contrario sono focalizzati sulla governance macro-economica, e sulle vicende dell’euro (della sua creazione e della sua gestione), i due poderosi volumi di Kenneth Dyson e Lucia Quaglia, European Economic Governance & Policies, Oxford, 2010;
  4. Ignazio Visco, Prefazione a Curzio Giannini, L’età delle banche centrali, Bologna, 2004, p. 10; Curzio Giannini ben descrive la commistione tra moneta e credito come base dell’evoluzione della banca centrale, v. op. cit., p. 34;
  5. pubblicato il 13 novembre 2013;
  6. www.camera.it, sezione Temi;
  7. v. sito citato alla nota 7, dove sono rinvenibili tutti i documenti relativi alla sessione di bilancio dei Paesi dell’Eurozona per il 2014;
  8. David Mitrany, A Working Peace System, Londra, 1943, pp. 6 e 9; Fritz W. Scharpf, Governare l’Europa, Bologna, 1999, pp. 8 e 13; tra il 1999 e il 2002 si svolse una discussione tra Willem Buiter esponente della Bank of England, e Otmar Issing, allora capo economista della BCE, sui criteri di legittimità del processo decisionale della banca centrale, conclusasi con una posizione ufficiale in cui la BCE sostenne di godere sia di una input legitimacy, derivata dai Trattati, sia di una output legitimacy derivata dall’attuazione dei suoi compiti istituzionali; questi documenti sono rinvenibili nel I volume di European Economic Governance & Policies, cit., pp. 728-30;
  9. Curzio Giannini, op. cit., pp. 40-41.

mercoledì 22 gennaio 2014

Pubblichiamo di seguito un testo Di Carla Ravaioli ormai pressoché introvabile nelle librerie, eppure così storicamente importante per lo sviluppo di un pensiero e di una pratica sociale e politica del movimento femminista. Si tratta della prefazione dell’autrice – integralmente riprodotta – alla seconda edizione de “La donna contro se stessa”, ripubblicato nel 1977, ben nove anni dopo la prima edizione. Un messaggio che non sente il peso dei decenni trascorsi e che non finisce mai di dire – anche e forse soprattutto nel mondo odierno – quel che aveva da dire. Pochissimi giorni fa, Carla ci ha fatto dono di questo suo libro, con le sottolineature vergate di sua mano. Non è certo questo il solo suo lavoro di valore, ma è senz’altro quello con cui ha più profondamente scavato in se stessa, in controluce quasi un’autobiografia e un testamento culturale e politico. (D.G.) www.liberazione.it - 16/1/2014

"La donna contro se stessa"

Rileggere, per la prima volta dall’inizio alla fine, questo libro significa per me rituffarmi in un passato che mi sembra lontanissimo, e che per certi versi lo è davvero. Sono trascorsi nove anni esatti da quando, nel giugno 1968, lo consegnai all’editore (la data della prima edizione è di sei mesi dopo, gennaio 1969) e nove anni non sono pochi nella vita di una persona, né lo sono nella vicenda di una società come la nostra, così carica di spinte al mutamento e di mutamenti già in atto; ma sono moltissimi se questa società la si legge entro l’ottica specifica del problema femminile, e se questo problema è stato ed è motivo dominante nell’esistenza di una persona, come lo è stato per me.
Rileggere questo libro significa innanzitutto ritrovare un’Italia “prefemminista”, in cui il femminismo come movimento organizzato era del tutto assente (giungevano appena dall’America le primissime notizie di gruppi del genere, nati nell’ambito della “nuova sinistra”, e ricordo che solo sulle bozze ebbi modo di inserire un cenno in proposito; di qualche aggregazione analoga anche tra noi in via di formazione non si sapeva ancora nulla) e in cui tuttavia il problema era “nell’aria”, come si dice: vissuto da un numero crescente di donne, ma soltanto a livello individuale, come oscura nevrotizzante insofferenza, ancora ben lontana dall’essere lucida consapevolezza della storia e rifiuto attivo di essa; presente come un’inquietudine strisciante sotto la pelle del corpo sociale femminile, ma ancora incapace di coagularsi in pulsione collettiva e incidere sulla realtà; solo sporadicamente, sebbene con sempre maggiore insistenza, emergente nel dibattito pubblico, ma già percepibile come una sorta di rivolta endemica latente. Significa dunque misurare che cosa le lotte delle donne abbiano cambiato in quell’Italia in cui già esistevano tutti i presupposti dell’esplosione femminista, ma ancora immobile sul crinale di una situazione prerivoluzionaria, che fu oggetto della mia osservazione in queste pagine.
Sono trascorsi solo nove anni e il femminismo – accettato o osteggiato, discusso con scientifico distacco o pubblicitato nei modi tipici del consumismo culturale, contestato o addirittura rifiutato con i più rigidi viscerali sbarramenti difensivi – è ormai comunque, irreversibilmente, una costante del panorama umano e sociale, in Italia come in tutti i paesi dell’Occidente. Provocatoriamente presente nei settori più diversi della vita associata, culturale e politica, pronto allo scatto della protesta dovunque più vistosa si esprima la violenza antifemminile, capace di mobilitare da un giorno all’altro decine di migliaia di donne nei momenti cruciali delle sue battaglie; movimento di massa che ha ormai superato i confini elitistici, intellettuali e borghesi della sua origine, per conquistare fabbriche, scuole di ogni ordine e grado, province depresse, periferie proletarie e sotto proletarie, che ha contribuito a rivitalizzare e orientare tutte le organizzazioni femminili preesistenti, che inevitabilmente si impone all’attenzione, al confronto e al calcolo dei partiti politici; forte di una sempre più vasta e spesso più altamente qualificata letteratura specialistica e di tutto un corredo di centri di produzione, teatri, librerie, case editrici, consultori, gruppi di studio e di documentazione, circoli di lavoro per quartieri; soprattutto portatore di un’analisi che non solo ha affrontato la realtà femminile in tutta la molteplicità delle sue innumerevoli facce, evidenti e nascoste (me ne occuperò specificamente via via, nella rilettura dei vari capitoli del libro) ma che ha capovolta l’ottica delle precedenti analisi, tendenti a circoscrivere la questione nell’ambito dello sfruttamento capitalistico, per la rimessa in discussione di una politica prevalentemente economicistica.
Il femminismo infatti muove non più dall’osservazione del “sociale2 ma del “privato” (cioè di quel “vissuto” in cui ogni donna quotidianamente sperimenta la propria sudditanza, attraverso gli eventi spiccioli della più minuta fenomenologia esistenziale come nello scontro coi più gravi e coinvolgenti problemi della maternità, della sessualità, del lavoro domestico obbligato) per un confronto e una verifica fra donne dove i più drammatici conflitti, da sempre gestiti e sofferti in solitudine, come fatti strettamente personali e non condivisibili, si rivelano dato costante di una condizione comune, problema non più privato quindi, ma “sociale”, dunque “politico”. Solo a questo modo la “specificità” della questione femminile – precedentemente più postulata che dimostrata – viene definita in tutta la sua complessità: fenomeno che ha radici assai più lontane dell’attuale organizzazione della società e che però la struttura produttiva capitalistica ha integrato fondando su di esso un momento determinante della propria speculazione; che non è in alcun modo identificabile con la subalternità di classe, ma, in quanto riguarda le donne di ogni ceto, attraversa verticalmente l’intera stratificazione classista,; che non può dunque attendere soluzione dalla rivoluzione sociale e tuttavia da essa non può prescindere; che nella famiglia trova il luogo primario della sua produzione e del suo sfruttamento. E’ nella famiglia, nella sua forma attuale, che i ruoli storicamente assegnati ai due sessi (l’uomo produttore, la donna riproduttrice) trovano la loro più esemplare formulazione, secondo le esigenze del sistema sociale complessivo: il marito tenuto a procurare dall’esterno i mezzi di sussistenza, la moglie, in quanto madre, tenuta non solo ad allevare i figli, ma a organizzare la vita pratica di tutti, bambini e adulti, di fatto fornendo col lavoro domestico una massa di “servizi” che, in base alla pretesa naturalità della sua funzione, le vengono richiesti gratuitamente a beneficio della società, anche quando svolga un’attività extradomestica; ciò che determina la debolezza, la precarietà, gli scarsi e marginali spazi del lavoro domestico femminile.
E’ nella famiglia che la donna si trova a vivere una sessualità ancestralmente mutilata e a subire la separazione dal suo stesso corpo, come da cosa che non le appartiene, che viene usata da altri, terreno di conquista maschile e merce di scambio, da barattare contro la sicurezza economica. E’ nella famiglia che, mediante l’educazione differenziata secondo il sesso e i modelli di comportamento proposti dai genitori, vengono “fabbricati” donne e uomini conformi ai ruoli sociali che li attendono, e addestrati fin nel più profondo della psiche a una gerarchia di rapporti omogenei a quelli che fondano e reggono la società. E’ ancora nella famiglia che la donna viene indotta a identificarsi totalmente con la “legge del padre” che la opprime fino a farsene lei stessa portatrice e rigida garante nei confronti dei figli.
Un’analisi di questo tipo – sia pure elaborata lentamente e frammentariamente, fra inevitabili contraddizioni e deviazioni, ma che di recente ha trovato felici momenti di sintesi in saggi di alta qualità – è qualcosa che va oltre lo specifico problema femminile. Rompendo la scissione tipicamente borghese fra “personale” e “sociale”, sottolineando l’interdipendenza dei fenomeni all’interno del sistema individuo-società, mettendo in luce norme e codici del rapporto intersessuale non solo profondamente radicati nella cultura ma assorbiti dalla stessa struttura produttiva e funzionali alla sua conservazione, di fatto le donne hanno allargato enormemente i limiti della critica alla società capitalistica.
Non è un lavoro da poco che, in appena nove anni di vita, i movimenti di liberazione della donna hanno compiuto. Resta, certo, tutta una serie di problemi irrisolti, di interrogativi senza risposta, di conflittualità interne al movimento stesso; una lunga strada da percorrere soprattutto perché l’elaborazione teorica si traduca in programma politico operativo. Resta – ciò che più pesa – una società ancora dominata dal “maschile”, organizzata per l’emarginazione e lo sfruttamento della donna, in cui però le donne si pongono già come forza dirompente all’interno di un sistema fondato sulle disuguaglianze, parte imprescindibile di un blocco sociale in lotta per il rovesciamento dei rapporti vigenti, forza traente e proposta radicalmente innovativa nei confronti delle stesse sinistre politiche, feconda ipotesi – la sola sopravvissuta al ’68 – di “rivoluzione culturale”.
Ma rileggere questo libro per me significa anche ritrovare (e sovente non riconoscere) la me stessa di nove anni fa, o dovrei dire di dodici, tredici anni fa, forse più: non ricordo esattamente quanto tempo impiegai a scriverlo, ma so per certo che è stato il mio libro più laborioso e tormentato. Idea imprecisa dapprima, nient’altro che una cartella disordinata di appunti e notazioni, di ritagli di giornale, di dati e statistiche, che andavo raccogliendo senza saper bene perché; poi progetto operativo, ma limitato a un saggio sulla stampa femminile, che d’altronde, appena affrontato, mi si allargò smisuratamente tra le mani: come parlare esaurientemente della stampa del genere, questo globale strumento di conformazione della donna al sistema, se non si analizza, non si tenta di analizzare e conoscere l’intera realtà femminile?; progetto trasformatosi così in un impegno che sentivo sproporzionato alle mie forze, che inseguivo tra crisi di scoraggiamento e ostinati recuperi, che abbandonavo per settimane e mesi ma che non riuscivo a non riprendere, che stava diventando un grosso farraginoso mucchio di scartoffie, di stesure abbozzate e lasciate a mezzo, di intuizioni annotate e non sviluppate, travagliato interminabile lavoro, sempre bisognoso di nuove letture, di ulteriori ricerche, di più approfonditi ripensamenti, portato avanti a sussulti, nel segno di una irrecuperabile insicurezza, nel tempo mai finito di una sorta di solitaria “autocoscienza”.
Questo infatti – ma me ne accorgo solo oggi – è stato soprattutto per me La donna contro se stessa: il tentativo di spiegare certi miei comportamenti, autolimitazioni, blocchi improvvisi dopo rincorse a perdifiato, paure di essere quello che volevo, o credevo di volere, confini che io stessa ponevo a una scelta di vita che pure avevo fatto fin da giovanissima (niente matrimonio figli famiglia, lavorare, campare con le mie forze, mettermi in piedi uno straccio di vita che avesse un senso senza che un uomo ne fosse garante e mediatore); il bisogno di oggettivare la mia fatica di donna inquadrandola e proiettandola nella condizione di tutte le donne. Senza d’altronde avere possibilità di dialogo e di verifica con le altre (senza nemmeno cercarla, per la verità) la vorando da sola e senza mai parlarne a nessuno (forse, ripensandoci, vergognandomene persino un po’) con l’aiuto dei pochi libri allora disponibili, libri importanti certo (la De Beauvoir, la Friedan, la Sullerot, Cesareo) ma che non mi bastavano; lavorando dunque in modo ben diverso da come le donne hanno lavorato dopo la nascita del neo-femminismo, discutendo in gruppo, confrontandosi tra loro e tra loro riconoscendo una comune subalternità millenaria, alimentando reciprocamente un processo conoscitivo che abbracciava via via tutti gli aspetti del problema, ognuna portando alla sua crescita il proprio contributo di vissuto e di ricerca; un modo ben diverso da come anch’io ho lavorato in seguito, direttamente o indirettamente misurandomi con tutte le altre, valendomi di un’elaborazione femminile sempre più ricca e valida.
Non è vano esibizionismo o calcolata corrività alla moda delle confessioni in pubblico, questo mio insistere sulla vicenda personale da cui è nato il libro. Credo che anche questa chiave, oltre a quella di un confronto storico-dialettico tra due Italie, sia necessaria oggi alla sua lettura: non soltanto a spiegare certe angolature di cui subito dirò, ma anche a testimoniare il modo di vivere una certa fase della maturazione della coscienza femminile, che non è stato soltanto mio, come le tante lettere ricevute al momento della pubblicazione mi provarono: di professioniste, studentesse, giornaliste e scrittrici molto più note di me, alcune delle quali divenute poi femministe impegnatissime, ma anche di donne senza nome, donne e basta.
Si deve innanzitutto alla mia esperienza autobiografica, e al fatto che questo libro ne sia il prodotto e insieme una parte essenziale, se la mia osservazione punta prevalentemente sul comportamento della “emancipata”; cioè di quel tipo di donna attiva, economicamente autonoma e magari giunta al successo, libera – anche se sposata – dagli impacci quotidiani dei doveri domestici, priva di pregiudizi nei rapporti sessuali, che nel dopoguerra era andato via via affermandosi, sebbene ancora limitatamente, nell’ambito dei ceti più evoluti, e che veniva additato come il modello della donna del futuro, o addirittura (con l’ottimismo tipico degli anni sessanta, in cui il boom economico, appena incrinato dalle prime “recessioni congiunturali” ma non ancora scosso nella sua “filosofia” di fondo, sembrava autorizzare, persino in vaste zone delle sinistre politiche, la fiducia in un mondo salvato dal neocapitalismo, e per suo mezzo risolto anche nei suoi massimi problemi sociali) dato come prova di un’emancipazione già in atto. Il tipo di donna che non solo conoscevo meglio di ogni altro, ma a cui anch’io appartenevo.
E tuttavia, sebbene in modo impreciso, avvertivo tutte le angustie e le insufficienze di un modello sostanzialmente ricalcato su quello maschile (e lo dico più volte nel libro). Da un lato rilevavo, in me come nelle altre, le manchevolezze e le contraddizioni della sua attuazione, e lo facevo rapportandolo continuamente alla ben più completa realizzazione di sé di cui mi parevano capaci gli uomini, dall’altro sentivo però il bisogno di un modello diverso da inventare, di una nuova identità femminile da riscoprire dopo aver buttato via quella che la storia ha cucito addosso alle donne, e che le donne hanno interiorizzato sin nel più profondo della psiche. Ero convinta (lo sono ancora) che studio, lavoro, inserimento nella società attiva (cioè gli obiettivi di fondo della linea “emancipatoria”, portata avanti dai movimenti e dai partiti di sinistra, e a cui d’altronde allora non esistevano proposte alternative) fossero presupposti necessari alla maturazione di quel mondo femminile che mi appariva come “un’umanità minore”, ma capivo che questo non bastava: sapevo (e lo pagavo ogni momento) che la condizione sociale della donna si esprime mediante una fenomenologia ben più complessa e diversificata, che penetra ogni piega della vita di relazione; annotava (e ricordavo) tutte le discriminazioni che le pesano addosso fin dalla nascita, tutti i condizionamenti di un’educazione sistematicamente finalizzata a un destino prestabilito, tutta la rigidità di una morale sessuale coercitiva a lei sola riservata; vedevo ( e mi ci scontravo continuamente con umiliazione e furore) l’arroganza “virile” degli uomini, la vischiosità di un costume misogino trasmesso da una generazione all’altra, la corale pressione di una cultura che costringe la donna a farsi nemica della sua stessa libertà, ad essere complice della sua stessa oppressione, ad agire, pensare, vivere “contro se stessa”.
Il fatto che io sia partita dall’osservazione della “emancipata”, cioè del mondo femminile a cui appartenevo (di me stessa dunque, forse soprattutto) e che faticosamente e tra mille errori andava cercando una sua strada, in cui più vistosamente esplodevano quindi incongruenze, deviazioni, contraddizioni tra il “volere” e l’”essere”, ha determinato quel taglio psicologico-culturale che fonda la maggior parte del libro; lo stesso taglio che in seguito è stato proprio di tutto un importantissimo filone della ricerca femminista. Ma questa ha anche limitato la mia riflessione prevalentemente ai ceti femminili borghesi. Anche le masse delle donne proletarie, sottoproletarie, contadine, sono presenti in queste pagine, ma non sono molto più che cifre, dati, statistiche, recuperi di indagini che parlano di analfabetismo, di lavoro marginale, umiliante e malpagato, di doppio lavoro, di voglia di tornare al focolare: mondo a me scarsamente noto, lontano fenomeno sociale indicato a riprova di una generale condizione soggetta e ancora lontanissima dal riscatto.
Mi sfuggiva insomma la totalità del mondo femminile. Mi rendevo conto che tutte le donne (mezza umanità, come vado ripetendo quasi ossessivamente) sono costrette alla dipendenza dal maschio e quindi9 alla subalternità sociale, ma non coglievo le ragioni di fondo di questo dato che tutte le accomuna; mi appariva evidentissimo lo sfruttamento psicologico, e in parete anche quello sessuale, cui le donne non possono sfuggire nel rapporto istituzionalizzato col maschio, ma non lo sfruttamento fisico e economico di cui sono oggetto mediante l’obbligo ai compito familiari e domestici, che pure a quello psicologico e sessuale è così strettamente legato tramite il ricatto affettivo, e che si colloca organicamente come funzione e segmento integrante nell’ambito dell’attuale organizzazione produttiva. Indugiavo sulle debolezze, le pigrizie, le insicurezze, i privilegi delle donne borghesi, mentre smarrivo la dimensione strutturale della specificità femminile, che passa attraverso l’istituto-famiglia quale pilastro della società, che affonda le sue radici nei rapporti di produzione e nella divisione del lavoro, e che, una volta messa a fuoco, proietta entro una dimensione totalmente diversa lo stesso discorso relativo alla “borghese” e ai “potenti strumenti di emancipazione” che mi parevano appartenerle.
D’altronde questa è la più grave deficienza del libro rispetto all’elaborazione posteriore, e che indubbiamente si deve alla mia scarsa conoscenza del mondo femminile proletario, sottoproletario, contadino, quanto alla mia mancanza di esperienza diretta (dato il tipo di vita “da scapolo” che mi ero messa in piedi) di questo fondamentale aspetto del problema, va riconnesso anche ad un altro lato della mia esperienza personale che forse merita di essere ricordato, in quanto mi pare significante riprova di quella “politicità” del problema femminile e intersessuale ancora da tante parti negato.
A differenza della maggior parte delle femministe, che sono partite dalle battaglie studentesche del’68, e proprio dall’attività politica nell’ambito delle formazioni dell’extrasinistra che ne derivarono sono pervenute alla “presa di coscienza” femminile, io ho percorso un cammino inverso. Quando scrivevo questo libro ero già una persona di sinistra e votavo di conseguenza, gravitavo in ambienti del medesimo orientamento, mi interessavo alla politica nazionale e internazionale seguendola con un’ottica coerente alle mie posizioni; il tutto però abbastanza genericamente, senza una preparazione specifica adeguata e senza un preciso impegno, non solo di militanza, ma di attenzione e disponibilità psicologica (pesava ancora in ciò, nonostante tutto, il tradizionale pregiudizio secondo cui la politica non è “roba da donne”?). E’ stata proprio la successiva riflessione sul problema femminile e intersessuale, che già allora intuivo come “politico” senza per altro individuare i nodi determinanti che lo rendono tale, a condurmi ad una politicizzazione consapevole e partecipata. Via via che lo approfondivo, e lo approfondiva un numero sempre maggiore e sempre più agguerrito di donne, mi si chiariva quel rapporto intrinseco, anche se mediato e schermato fino a risultare a volte irriconoscibile, che esiste tra tutto il complesso di norme, imperativi morali, credenze religiose, pregiudizi, discriminazioni, tabù, che regolano i rapporti umani (anche, anzi soprattutto, quelli tra uomo e donna) in una determinata società, e l’organizzazione economica e politica su cui tale società si regge. E che siano le forze politiche conservatrici a contrastare sistematicamente ogni tendenza innovatrice, nel costume, nelle istituzioni, nella cultura, nel “sociale” più vasto (anche, anzi soprattutto, nel rapporto uomo-donna) me lo confermava regolarmente; così come me lo confermava quel carattere fondamentalmente antiautoritaristico che in modo sempre più netto definiva la rivolta femminile, e che la iscrive, sia pure con una sua precisa specificità, nel panorama del gran moto antiautoritaristico che scuote oggi il mondo, cui appartengono la lotta di classe come la protesta giovanile, l’insurrezione terzomondista, come la critica alle “istituzioni totali”, la domanda di diritti civili da parte delle minoranze emarginate come le esplosioni antirazziste, tutti fenomeni convergenti nell’attacco alla struttura gerarchica e verticistica della società classista.
Certo si devono esclusivamente alla mia storia personale la severità, la durezza, a tratti perfino la rabbia con cui (me ne avvedo ora) in queste pagine andavo puntigliosamente e senza ombra di indulgenza sottolineando tutte le debolezze, le incongruenze, le miserie che osservavo nelle donne, addirittura lanciandomi in lunghe requisitorie d’accusa nei loro confronti; che d’altronde contrastano nettamente (anche questo lo vedo solo ora) con la mia lunga e circostanziata analisi dei condizionamenti, catene, impacci, opposti dalla società attuale come da un lunghissimo passato storico a una loro pienezza di libertà e di realizzazione, ponendomi come un vero e proprio salto logico tra la mia consapevolezza di questi mille “freni”, oggettivi e soggettivi, e la mia pretesa di un comportamento femminile autonomo e responsabile; che non posso non leggere oggi come una mia proiezione difensiva.
Rifiutare il modello e il ruolo che la storia le ha assegnato, e che ancora le vengono indicati come suoi dall’attesa del gruppo e dalle esigenze della società è certo cosa tutt’altro che facile anche per la donna d’oggi, nonostante la crescente forza dei movimenti femminili e la progressiva messa in crisi di tutta una serie di certezze su cui tradizionalmente si è fondata la discriminazione sessuale; ma negli anni cinquanta e sessanta questo significava una vera guerra, da condurre momento per momento, contro tutto e tutti. Una guerra in cui – mentre gli uomini, non ancora minimamente scossi nella sicurezza del loro privilegio, rispondevano per lo più con l’ironia, il paternalismo, l’indifferenza – sovente le nemiche più dure erano proprio le donne: nemiche dichiarate, e deliberatamente impegnate a manifestare con ogni mezzo la loro ostilità verso una loro simile che però in qualche modo sentivano “diversa”, come portatrice di una proposta colpevolizzante per quante già vivevano conflittualmente la loro condizione; oppure nemiche involontarie, ma oggettivamente tali, in quanto avallavano col loro comportamento e la loro totale adesione all’immagine femminile convenzionale, quel giudizio negativo della società maschile nei confronti delle donne che mi ricascava addosso e che invano cercavo di allontanare da me, affannandomi ad essere brava quanto gli uomini, autonoma quanto loro, il più possibile come loro; o, peggio, nemiche che solo inconsciamente vivevo come tali, che con la loro “emancipazione a metà”, con le loro esistenze scisse tra indipendenza conquistata nel lavoro, nei rapporti sociali, nel “pubblico”, come si direbbe oggi, e dipendenza, passività e arrendevolezza nel rapporto personale col maschio, nella famiglia, nel privato, ma anche con la forza di radica affettive che sia pure a così caro prezzo – cioè nell’unico modo possibile – riuscivano a costruirsi, costituivano per me una continua tentazione regressiva, un invito a cercare un’ancora nella rinuncia e nella rassegnazione, come in una sorta di specchio deformante malignamente mettendomi sotto gli occhi ogni momento quella parte di me che rifiutavo, che con rigore autopunitivo mi sforzavo di negare, che non potevo amare nelle mie simili.
Ma forse questa mia chiamata di correità verso le donne, nei confronti della loro stessa oppressione era anche altro. Era da un lato la mia insofferenza del vittimismo e della totale colpevolizzazione del maschio (che sentivo più come strumento dell’oppressione sociale della donna che come responsabile diretto) tipiche di certe posizioni emancipatorie, e in seguito anche di certo femminismo; dall’altro era la netta sensazione che i tempi fossero ormai maturi per la riscossa femminile, che le donne potessero, dovessero ormai “prendere in mano il proprio destino”, come esplicitamente dico, e avviare una rivoluzione che intuivo “diversa da ogni altra”, capace di comportare “il sovvertimento dei moduli esistenziali dell’umanità intera”, e per la quale non bastavano le strade percorse nelle sia pure importantissime lotte condotte finallora e certo fondamentale antefatto dello stesso neo-femminismo, che infatti era sul punto di esplodere. Me ne convincevo sempre più via via che scrivevo queste pagine, e non è un caso che proprio l’ultimo capitolo si concluda con un suggerimento di rifiuto del concetto di “emancipazione” e con un auspicio di “piena libertà”.
Avrei potuto ripubblicare La donna contro se stessa in “edizione riveduta e corretta”, come si dice, aggiornando i dati, sviluppando i temi qui appena sfiorati e divenuti poi materie fondamentali dell’analisi femminista, aggiungendone altri, eliminando le parti in cui non mi riconosco più, oppure emendandole, smussandone le posizioni più rigide, in pratica scrivendo un altro libro; quello d’altronde che in questi nove anni, tra articoli di giornali, brevi saggi pubblicati su riviste e diversi altri libri sono andata già scrivendo. Ho preferito riproporlo integralmente nella stesura originaria, premettendo ad ogni capitolo una rilettura critica, non solo come confronto dialettico fra passato e presente di una storia finalmente al femminile e tra due diversi momenti di una strada che per molte donne della mia generazione è stata obbligata, ma anche come proposta di riflessione su questo presente: in che misura le donne sono già riuscite a cambiare, a gettar via quelle due pelli in cui a lungo sono vissute, quell’immagine ambigua che io impietosamente definivo di “mezza odalisca mezza suffragetta”, a superare tutto quanto attraverso la storia le ha costrette a vivere “contro se stesse”?

Carla Ravaioli
Giugno 1977

venerdì 13 dicembre 2013

La globalizzazione neolilberista nello svuotare progressivamente la democrazia rappresentativa pone quindi le condizioni strutturali per la crisi della politica e per la regressione del conflitto sociale a rivolta.

Nota sul movimento dei forconi
 

 A sinistra la valutazione del movimento dei forconi è stata ed è assai differenziata. Per semplificare, da chi ha sostenuto che era un movimento fascista e golpista a chi ha sostenuto che si tratta di un genuino movimento di ribellione contro il neoliberismo. Non concordo con queste interpretazioni e provo qui di seguito a dare una prim...a lettura di cosa sta succedendo e di cosa è opportuno fare.
Innanzitutto considero necessaria una nota metodologica: di fronte a movimenti compositi, propri di una fase di guerra di movimento in cui tutto si muove rapidamente, è assolutamente necessario distinguere i fenomeni sociali dai fenomeni politici e distinguere all’interno di questi tra i comportamenti politici antagonisti (di vario colore e natura) dai comportamenti del potere costituito. Senza questa elementare distinzione sul piano analitico a mio parere non si capisce letteralmente nulla perché si tendono a fare delle equivalenze che forse potevano avere una loro validità nella fase precedente ma che oggi risultano false.
Utilizzando questa griglia di lettura mi pare di poter dire che:
1) Gli organizzatori del movimento dei Forconi non sono un corpo unico e hanno al loro interno significative forze di destra. Abbiamo il movimento dei Forconi vero e proprio, guidato da Ferro, come alcune aggregazioni degli autotrasportatori, di agricoltori o di artigiani. Abbiamo poi Forza Nuova e i gruppi ad essa contigui – o a cui essa ha dato vita come vere e proprie organizzazioni collaterali – giocano un ruolo significativo, così come altre sigle di destra – a partire da casa pound – sono bene presenti nell’organizzazione del movimento. In alcune realtà territoriali si sono poi aggregati nell’organizzazione degli eventi parti di ultras, generalmente legate a realtà di destra. Così come in talune realtà vi sono state significative presenze della malavita locale, che ha dato un supporto significativo all’organizzazione dei blocchi, al controllo del territorio, al carattere maschile ed autoritario di varie azioni.
Da questo punto di vista non è certo sbagliato dire che l’organizzazione della Rivolta dell’immacolata – come viene chiamata da Forza Nuova – ha una indubbia impronta di destra estrema, nonostante i riferimenti di fedeltà alla Costituzione repubblicana.
2) Il movimento non è stato identico in tutta Italia ma ha raccolto un grado di consenso assai ampio. Molti, anche coloro che hanno criticato pesantemente il movimento per le sue caratteristiche, hanno segnalato un grado di condivisione delle ragioni della protesta: non se ne può più. In molte regioni le iniziative non sono andate al di la dei promotori nazionali e sono stati quindi animate quasi per intero dai militanti dell’estrema destra e sono rimaste quindi – sul piano militante - un fenomeno quasi solo politico. In altre situazioni, la Rivolta dell’immacolata – al di là degli organizzatori - è diventata l’occasione per significativi settori sociali di esprimere la propria rabbia e il movimento ha quindi assunto le caratteristiche di un vero e proprio movimento sociale.
3) Significativo a questo riguardo il caso di Torino, la città più impoverita del Nord Italia. A Torino lo sciopero dei commercianti del lunedì 9 dicembre è stato totale. A Torino lunedì non era possibile comprare il giornale o bere un caffè. Vi sono certo state intimidazioni ma nella sostanza lunedì ha visto un consenso altissimo della categoria dei commercianti all’azione di lotta. All’interno dei commercianti il nucleo maggiormente determinato e militante è indubbiamente costituito dagli operatori dei mercati rionali e segnatamente di Porta Palazzo, che hanno un contenzioso aperto e molto pesante (occupazione della stazione di Porta Susa poche settimane fa) con il comune di Torino in merito al pagamento delle tasse locali. Accanto ai commercianti, ad agricoltori, a trasportatori ed artigiani (significativa la presenza di ditte edili che sono alla canna del gas in quanto non vi è lavoro) vi è stata una presenza di ultras ed in generale di settori di proletariato giovanile (sia studenti che disoccupati e precari) non politicizzato. La vicenda torinese è stata caratterizzata – in particolare nella prima giornata - dalla contestazione nei confronti del presidente della giunta regionale Cota (Lega) che è un esempio da manuale della casta verso cui cresce l’odio popolare. Cota e larga parte del consiglio regionale piemontese è al centro di una indagine sull’utilizzo allegro dei rimborsi spese da cui è emerso che Cota oltre a far un uso improprio dei rimborsi, si era fatto rimborsare anche un paio di mutande verde padano. Lo sdegno nei confronti di questa giunta che non se ne vuol andare a casa è quindi enorme e diffuso in tutti gli strati della popolazione. Mi pare di poter dire che la protesta nell’area torinese ha visto una partecipazione militante di meno di 10.000 persone (e quindi non certo enorme) ma ha avuto nella giornata di lunedì un estesissimo consenso sociale, poi ridottosi nei giorni seguenti, a causa delle intimidazioni - anche ai danni di commercianti che non volevano chiudere - dei disagi causati dai blocchi, del venir meno della volontà della stragrande maggioranza dei commercianti di proseguire la chiusura dei negozi.
Anche a Torino parlare di regia unitaria è una forzatura (vi erano rotonde presidiate da un gruppo e altre rotonde presidiate da altri in forte polemica con i primi, e così via) ma certo vi è stata un significativo tessuto militante che rappresenta una eccedenza rispetto alle forze che hanno organizzato l’iniziativa e un significativo elemento di consenso, che si è in parte ridotto con il passare dei giorni.
Tra la Val d’Aosta (dove praticamente non è successo nulla) e Torino, vi sono il complesso delle realtà italiane che hanno al loro interno un mix dei due fenomeni che ho proposto di analizzare separatamente e cioè il fenomeno politico (di destra) e il fenomeno sociale (ceto medio in via di impoverimento, poveri e proletariato giovanile, tutti assai incazzati).
4) Nel complesso mi pare di poter rilevare che il movimento dei forconi è stato un fenomeno che ha raccolto un significativo grado di consenso popolare (in larga parte inconsapevole delle forze che avevano organizzato l’iniziativa ed in parte indifferente a chi fossero gli organizzatori) in quanto ha espresso in forma plastica una rabbia che caratterizza la maggioranza degli italiani. Il movimento è stata quindi una occasione per esprimere una rabbia a lungo covata e il grado di simpatia verso le ragioni della rivolta (a prescindere dal giudizio sui vari aspetti della rivolta o sui suoi organizzatori) è stato – ed in larga parte permane – molto alto. I settori sociali maggiormente coinvolti sono stati il cento medio impoverito o in via di impoverimento e il proletariato giovanile nelle sue mille sfaccettature.
5) Per quanto riguarda il comportamento degli apparati dello stato, cioè del potere mi pare necessario sottolineare alcuni elementi. La scelta del governo è stata quella di non reprimere il movimento, scelta che è stata poi progressivamente abbandonata dalla giornata di mercoledì. Parlo di scelta perché è stata la caratteristica unificante su tutto i territorio nazionale. In intere porzioni di territorio lo stato nelle giornate di lunedì e martedì semplicemente non ha fatto valere la propria sovranità.
Parallelamente abbiamo avuto l’azione di Forza Italia che ha all’inizio sostenuto il movimento e proposto un incontro con le organizzazioni promotrici. Man mano che il consenso del movimento è andato scemando questo atteggiamento è cambiato e Berlusconi ha “responsabilmente” evitato l’incontro. Conoscendo le relazioni tra centro destra e movimento dei forconi in Sicilia, è ipotizzabile qualche superficie di contatto maggiore di quelle cha appaiono a prima vista.
In generale mi pare di poter affermare che il movimento indubbiamente è stato visto di buon occhio di Forza Italia – banalmente per la richiesta di dimissioni dell’esecutivo – ma da qui a parlare di rischio di colpo di stato ce ne passa parecchio.
Un dato da analizzare a se - e che va del tutto oltre la scelta di basso profilo del governo di fronte alla violazione della legge - riguarda il significativo grado di consenso che il movimento ha riscontrato tra le forze dell’ordine. Potremo parlare di atteggiamento generalmente simpatetico. Basti pensare per non fare che un esempio che nella sola repressione della manifestazione degli studenti della Sapienza a Roma e di una manifestazioni studentesca a Torino sono stati nella giornata di giovedì fermati più militanti di quanto sia successo nei tre giorni precedenti in tutta Italia. Dire che sono stati usati due pesi e due misure è un eufemismo.
6) Gli obiettivi della protesta mi paiono raggruppabili in due filoni. In primo luogo le rivendicazioni delle parti di singole categorie che hanno promosso la protesta (trasporto, commercio, agricoltori, artigiani): in primo luogo il taglio delle tasse, nelle diverse particolarità in cui questa richiesta si può esprimere. Il tema del taglio delle tasse si allargava sul piano politico nella contestazione dell’Euro, dell’Europa e soprattutto del governo. Mentre il taglio delle tasse costituiva l’elemento sindacale presente nelle mobilitazioni, la contestazione nei confronti del governo e la richiesta di dimissioni, la critica ai partiti, al sindacato e l’identificazione col tricolore rappresentava il dato politico, unificante del fronte interno al movimento e contemporaneamente il terreno di costruzione di consenso all’esterno. Le rivendicazioni di una dittatura militare di transizione – che pure qualche dirigente del movimento ha espresso – non hanno certo caratterizzato l’immagine e il movimento medesimo. Ad esempio Forza Nuova ha prontamente avanzato la proposta di elezioni anticipate immediata con la legge elettorale proporzionale.
7) L’atteggiamento del Movimento 5 Stelle nei confronti della rivolta è stato tentativo di porsi come il rappresentante del movimento, pur prendendo le distanze su vari episodi aventi nel corso delle giornate di mobilitazione. In generale mi pare di poter dire che il M5S si trova in sintonia di fondo con la cultura politica del movimento ma ne risulta spiazzato perché il M5S è sostanzialmente un fenomeno di rappresentanza politica di un paese incazzato ma passivizzato. Nella misura in cui la gente scende in strada direttamente il M5S viene spiazzato perché ogni forma di protagonismo sociale (a prescindere dalle sue forme e dai suoi contenuti) rappresenta una sorta di disturbo per un partito che chiede semplicemente di essere votato in modo da avere il 51% dei consensi. Da questo punto di vista il M5S più che essere un vero e proprio partito della crisi, in grado di lucrare e crescere sulla crisi sociale, mostra di essere più una sorta di parcheggio di voti per una fase intermedia della crisi. Nella misura in cui la gente è già incazzata e delusa ma ancora non si muove, il M5S svolge egregiamente la sua funzione. Nella misura in cui le persone iniziano a muoversi il M5S risulta spiazzato. Questo non vuol dire che il M5S svolge una positiva funzione di contenimento per evitare che “arrivi Alba dorata”. Questo significa che il M5S – che beneficia e amplifica il senso comune di massa sottoprodotto dalla crisi del neoliberismo – apre la strada ad ulteriori forme di radicalizzazione sociale con caratteristiche populistiche e non democratiche. Non si evoca impunemente l’uomo della provvidenza in tempi di crisi!
Il tema della rivolta sociale che questo movimento ha riportato all’ordine del giorno, non credo che sia un fatto passeggero o derivante principalmente dalle organizzazioni politiche di destra che hanno costituito l’ossatura organizzativa del movimento. Io penso che questa specie di ritorno all’800, “all’assalto al municipio” (cosa effettivamente avvenuta per 3 giorni a Nichelino, in Provincia di Torino), sia basata su un fatto strutturale. Fino a quando nel contesto della democrazia, vi è stata un equilibrio di poteri tra padroni ed operai, la forma prevalente del conflitto sociale è stata la contrattazione. Nel secondo dopoguerra e fino alla fine degli anni ‘70 questo è stato: stesura di una piattaforma, lotta e accordo che sanciva qualche conquista. Da quando la globalizzazione ha determinato una enorme disparità nei rapporti di forza tra le classi, questo schema è saltato e le lotte non hanno più prodotto risultati, al massimo hanno fermato o rallentato temporaneamente l’offensiva. E’ in questo contesto di strutturale messa in discussione della efficacia della contrattazione che il conflitto – in un contesto di frantumazione della classe e di debolezza o di inutilizzabilità delle sue organizzazioni - torna ad assumere il volto della rivolta, della ribellione. Se il potere tende a derubricare la questione sociale, trattandola sostanzialmente come questione di ordine pubblico – anche quando la repressione non viene posta in essere – invece che come questione politica, è abbastanza evidente che il ritorno alla rivolta è qualcosa di più di un incidente di percorso. I casi delle banlieu francesi o delle rivolte in Inghilterra sono li a testimoniarlo. Si noti come la tendenza alla rivolta è l’altra faccia della crisi verticale della politica ed in generale delle forze politiche e sindacali che sulla rappresentanza aveva costruito il proprio ruolo sociale. Nel senso comune di massa, se lo stato italiano non fa nulla di buono per il popolo, allora a cosa serve la politica? Diventa una funzione puramente parassitaria di una casta che pur non avendo alcuna utilità sociale vuole mantenere i propri privilegi. Dobbiamo quindi sapere che il futuro ci riserverà conflitti sociali spuri, che non avverranno nelle forme che noi consideriamo “normali”. La globalizzazione neolilberista nello svuotare progressivamente la democrazia rappresentativa pone quindi le condizioni strutturali per la crisi della politica e per la regressione del conflitto sociale a rivolta. Lo svuotamento della democrazia dall’alto pone le condizioni per una messa in discussione delle forme conosciute della democrazia dal basso. Come attraversare la rivolta con la capacità di ricostruire la democrazia partecipata è il punto posto alla sinistra di classe.
9) Se il ceto medio in via di impoverimento è stata l’ossatura sociale di questo movimento, occorre interrogarsi sulle sue culture politiche, sui suoi immaginari. Va fatto senza la puzza sotto il naso propria di quei professorini che ritengono che per esprimere una cultura politica occorra parlare in modo forbito ed essere in grado di fare dotte citazioni. A me pare che la cultura politica più diffusa è intrisa di liberismo - pensiamo solo alla centralità del tema della riduzione delle tasse – e per quanto riguarda gli strati giovanili caratterizzata dall’assenza di qualsivoglia memoria storica o nozione di classe. La memoria storica per gli adulti è la “fregatura” che porta a dire che sono tutti uguali. La memoria storica per i più giovani non contiene alcuna sedimentazione di passaggi rilevanti o identificanti: dalla resistenza al 68, tutto è stata tritato nel meccanismo dell’eterno presente proprio della televisione commerciale. Per quanto riguarda il ceto medio impoverito o i nuovi poveri, ci troviamo cioè di fronte a segmenti sociali il cui status e tenore di vita è messo radicalmente in discussione dalle politiche neoliberiste che però reagiscono agitando parole d’ordine liberiste. Mentre si invoca l’intervento del governo – ad esempio i sussidi in agricoltura - dall’altra si propongono misure che riducono il peso dello stato nell’economia. Mentre si esperimentano sulla propria pelle i disastri che produce il libero mercato (pensiamo solo ai disastri determinati sul tessuto del piccolo commercio dall’enorme sviluppo degli ipermercati), si protesta come se il mercato funzionasse benissimo e l’unico problema derivasse proprio dalla presenza dello stato. La rabbia nei confronti degli effetti della crisi non ha quindi prodotto alcun elemento di comprensione reale delle cause della stessa e conseguentemente delle strade che vanno percorse per uscirne. Questa confusione – che caratterizza larga parte della società italiana e non solo i ceti medi – deve essere assunta come il punto di partenza dell’intervento politico: alla mobilitazione contro gli effetti del neoliberismo non corrisponde oggi in Italia una consapevolezza della necessità di costruire una alternativa al neoliberismo. L’ideologia dominante che ha colonizzato i cervelli degli italiani con le stupidaggini neoliberiste e con la distruzione di ogni memoria e nozione del conflitto di classe è oggi l’unico pensiero – il pensiero unico appunto – che è in testa anche dei soggetti che gli effetti di quelle politiche ed ideologie stanno subendo pesantemente. Siamo in presenza di una ideologia dominante così pervasiva da restare in piedi anche quando manifestatamente non funziona, così come siamo in presenza di una rivolta subalterna, cioè incapace di costruire una propria lettura del mondo ad una proposta alternativa. Di questa confusione hanno beneficiato sul terreno della rappresentanza prima Berlusconi e poi Grillo. Il punto che voglio sottolineare è che di fronte a questa confusione, che rischia paradossalmente di rafforzare le politiche neoliberiste e la distruzione del welfare, non sia sufficiente costruire il conflitto ma sia assolutamente necessaria una battaglia politica e culturale per chiarificare le ragioni della crisi e quindi la definizione degli obiettivi. Si tratta di un lavoro duro ma possibile, a patto di aver chiaro che non esiste alcuna scorciatoia visti gli attuali livelli di coscienza. Ad esempio, è del tutto evidente che il problema dei commercianti, ancora prima di quello della tasse, consiste nel massiccio sviluppo di supermercati e nel crollo del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti e del conseguente crollo dei consumi. Questa consapevolezza dovrebbe portare alla rivendicazione di porre limiti al mercato e di ridistribuire il reddito, in modo da aumentare salari e pensioni e quindi i consumi. E’ però del tutto evidente come l’adozione di questo schema di ragionamento non sia per nulla scontato, perché è distante anni luce dall’ideologia di liberismo molecolare che caratterizza questi padroncini. Costruire una relazione con questi strati di piccola borghesia in via di impoverimento per rompere il senso comune, la colonizzazione dei cervelli che è andata avanti in questi vent’anni, è quindi decisivo per far si che le lotte prendano la strada della trasformazione sociale e dell’unità con il mondo del lavoro dipendente invece che la strada della disperazione e della regressione.
10) La presenza dei fascisti è stata significativa e totalmente mimetizzata. Solo in pochi casi gli sono venute fuori le cose che pensano (dittatura militare, antisemitismo, razzismo, omofobia, etc.). La stessa assenza di bandiere della destra e l’utilizzo della bandiera italiana alle manifestazioni segnala una grande organizzazione e una grande preparazione di questa iniziativa. Oltre a questo aspetto tattico – militare, mi preme sottolineare l’elemento culturale. I fascisti con cui ci troviamo a fare i conti non sono caratterizzati in primo luogo da una cultura nostalgica ma si auto descrivono come rivoluzionari, per la precisione come rivoluzionari conservatori. I loro miti affondano le radici nella destra radicale della repubblica di Weimar, nell’idea che non esiste la destra e la sinistra ma solo l’unità di chi è “contro”. E’ la destra antiborghese propria della fase “rivoluzionaria” del nazismo più che del fascismo, che si autorappresenta come espressione non già di una parte politica ma del popolo in quanto tale, dello spirito del popolo (in questo l’assonanza con Grillo è evidente). Le bandiere italiane non sono quelle della liberazione e del CLN ma quelle di una comunità organica in formazione che vuole buttare a mare gli immigrati. E’ una destra che rimpiange di non essere riuscita nel ’68 a stare dentro il movimento studentesco e che critica Almirante per essersi contrapposto frontalmente al movimento studentesco. Ovviamente questa è pura ideologia e sappiamo benissimo come è finita la storia della SA sotto il nazismo e dei presunti fascisti antiborghesi dopo la marcia su Roma. Pur tuttavia, il fatto che noi sappiamo cosa nasconde la cultura di questa destra – che non vuole presentarsi come tale - non ci esime dal conoscere bene questa destra per misurarsi con il pericolo che rappresenta, evitando di farne una facile caricatura che non corrisponde alla percezione di massa. I fascisti più sono mimetizzati e più sono pericolosi, per questo sono inutili le denunce moraliste perché il terreno dello scontro è quello dell’egemonia nel campo dell’opposizione. Per battere il fascismo risorgente nella crisi organica dell’Italia non c’è altra strada che essere più efficaci di loro nel costruire l’opposizione al neoliberismo – e a chi lo rappresenta - proponendo e costruendo una uscita da sinistra e democratica alla crisi medesima.
CHE FARE:
Da queste note analitiche deve scaturire l’impostazione della nostra azione politica evitando le semplificazioni che tendono a vedere in questo movimento o un puro movimento reazionario o l’inizio della rivoluzione. La battaglia antiliberista si deve coniugare per noi con proposte precise di uscita dalle politiche di austerità e con la ricostruzione di una cultura antifascista. Occorre evitare di spalmarsi acriticamente sul movimento così come di dar vita a fronti antifascisti che vedano al loro interno i liberisti e gli antiliberisti. Il nostro punto di partenza è la lotta di opposizione e dentro il fronte dell’opposizione dobbiamo fare una battaglia politica su obiettivi, culture politiche, democrazia. Abbandonare uno di questi elementi significa non essere in grado di fare iniziativa politica. Possiamo e dobbiamo farlo nella consapevolezza che il tempo stringe ma che vi è lo spazio per una azione politica dei comunisti. Avanzo questa considerazione perché credo che questo movimento non darà luogo ad un colpo di stato e che il governo non risolverà il problema della crisi. Penso inoltre che questo movimento – con tutte le contraddizioni di cui ho detto – rappresenta comunque una scossa, una pietra nello stagno che evidenzia contraddizioni, inquietudini e rabbia da cui dobbiamo partire per impostare un lavoro politico – direttamente come partito o attraverso associazioni meno targate – che si ponga l’obiettivo di costruire un movimento di massa contro le politiche neoliberiste e che coinvolga il complesso dei soggetti sociali colpiti dalla crisi. Tutto questo è possibile abbandonando immediatamente tutti gli atteggiamenti inutilmente autolesionisti centrati unicamente sul fatto che tutto questo è successo perché noi non abbiamo fatto nulla. Non è vero. Non è vero che noi non abbiamo fatto nulla, noi abbiamo fatto cose giuste e cose sbagliate. Il punto è che abbiamo perso. La sconfitta però non è totale: siamo vivi e dobbiamo utilizzare il fatto che ci siamo – senza perdere tempo in recriminazioni e senza piangerci addosso – per impostare subito un lavoro politico che ci porti a diventare quello che abbiamo detto essere il nostro compito storico: essere il partito che indica la strada per uscire dalla crisi e che opera per aggregare attorno al progetto di alternativa di sistema un fronte di lotta anticapitalista.

Contro l’Unione Europea e contro il governo.
Come abbiamo detto a Perugia, i trattati europei e l’euro hanno prodotto una Unione Europea che è il contrario dell’Europa dei popoli che aveva in mente Altiero Spinelli. Questa Europa non è un passo in avanti verso una maggiore civiltà ma è un passo indietro verso il dominio di classe da parte del capitale, la barbarie sociale e la distruzione della democrazia. Questa Europa è la distruzione della civiltà europea e non è riformabile, per questo proponiamo la disobbedienza unilaterale ai trattati. Per costruire una Europa dei popoli occorre rompere questa Europa neoliberista ed autoritaria e rimettere al centro la democrazia e la sovranità popolare, a partire dai livelli nazionali in cui questa sovranità può essere esercitata. Il tema della sovranità nazionale è quindi un tema che dobbiamo agire, a partire da una impostazione di classe e internazionalista che contrasta con l’impostazione nazionalista e razzista. Rompere questa Europa significa in primo luogo non rispettarne più le direttive e sviluppare coerentemente questa impostazione fino alle estreme conseguenze nel caso in cui la linea della disobbedienza non dovesse portare i frutti necessari.
Il giudizio di rottura con questa Europa è decisivo nell’azione politica per dare senso e significato all’opposizione alle politiche di austerità del governo. Nel senso comune di chi subisce gli effetti della crisi la consapevolezza degli effetti disastrosi delle politiche europee è sempre più chiara e risorge il tema della nazionale: noi dobbiamo porci in piena sintonia con questo sentimento che rappresenta il principale elemento di crisi dell’egemonia del pensiero neoliberista dominante e dobbiamo declinarlo in termini di classe. Mentre il libero mercato continua ad essere considerato un dato “naturale” ed intoccabile, le politiche europee sono percepite come arbitrarie e quindi costituiscono l’anello debole della catena che dobbiamo porci l’obiettivo di spezzare.
Una campagna politica contro questa Europa, per la ripresa della sovranità del popolo sulle scelte che lo riguardano e per la non applicazione dei trattati è il primo punto di orientamento politico che dobbiamo avere per entrare in sintonia con il disagio sociale.

Rimettere al centro la contraddizione di classe
Risulta del tutto evidente che la mobilitazione di questi giorni e i suoi contenuti derivano anche da una sostanziale assenza di iniziativa sindacale. La meritoria azione della Fiom e del sindacalismo di base non è sufficiente per ricostruire in Italia un conflitto di classe in grado di produrre non solo risultati ma anche identificazioni sociali. La ricostruzione del conflitto di classe, di un sindacato militante e combattivo, di un punto di vista operaio, è quindi un punto decisivo per intervenire positivamente nel magma sociale prodotto dalla crisi. Non mi dilungo ma è evidente che oltre alla battaglia politica da fare nel prossimo congresso della Cgil dobbiamo operare per favorire la presa di parola diretta degli operai, favorendo un loro protagonismo. Il punto che ci troviamo ad affrontare non riguarda solo il tema dell’egemonia politica ma concerne il tema dell’egemonia sociale, cioè della capacità del conflitto di classe di segnare un punto chiaro di lettura della crisi e la capacità della classe operaia di essere un punto di riferimento nella crisi. Solo un dispiegato conflitto di classe può determinare una corretta identificazione dell’avversario altrimenti declinato in termini populistici.

Piano per il lavoro.
Al congresso di Perugia abbiamo messo il Piano per il lavoro al centro della nostra iniziativa politica e io penso che questo sia il principale strumento da agire anche a fronte delle lotte di questi giorni. Abbiamo detto che il Piano per il lavoro non deve ridursi ad una campagna di propaganda ma deve articolarsi nei territorio, costruire interlocuzioni con il complesso dei soggetti collettivi presenti e avanzare proposte concrete. La piena occupazione è il principale obiettivo di classe oggi e dobbiamo avanzarlo con chiarezza, insieme alla richiesta del reddito minimo come garanzia per chi il lavoro non ce l’ha. Il Piano del lavoro si articola attorno all’idea che tutti hanno diritto a vivere e ad avere delle garanzie nella crisi: noi proponiamo il lavoro come forma principalissima di garanzia ma intanto il reddito per vivere deve essere garantito a tutti e tutte. Penso che dobbiamo articolare la costruzione di questo piano con un occhio di riguardo ai soggetti che sono scesi in campo in questi giorni e quindi tanto ai giovani disoccupati e precari quanto ai piccoli commercianti ed artigiani. Ad esempio noi abbiamo detto che uno dei settori decisi su cui occorre aprire una battaglia politica riguarda il riassetto idrogeologico del territorio. Si tratta di un intervento pubblico ad alta intensità di lavoro e ad alta utilità sociale. La battaglia per dar vita a piani di assestamento idraulico forestale in tute le zone montane e collinari può avere come interlocutori concreti dai lavoratori precari della forestale alle ditte edili oggi in crisi. E’ infatti evidente che per larga parte delle ditte edili, il problema non è tanto di tasse, quanto del fatto che non vi sia il lavoro e di come questo non possa riprendere significativamente per la semplice ragione che di case ve ne sono anche troppe. E’ quindi evidente che solo un piano pubblico che vada dalla ristrutturazione del patrimonio abitativo a progetti di riassetto idrogeologico del territorio possono dare uno sbocco a tante ditte edili oggi alla canna del gas. Ho fatto un solo esempio per segnalare che il passaggio dalla rivendicazione del taglio delle tasse per continuare in un impossibile tentativo di “continuare come prima” ad una rivendicazione di intervento pubblico finalizzato a dare lavoro è un terreno su cui possiamo agire concretamente la nostra proposta politica e produrre egemonia.

Partito Sociale
In un contesto in cui la credibilità della politica e delle forze politiche scende ulteriormente, diventa ancora più decisivo l’estensione programmata delle pratiche del partito sociale. Il fare quale condizione per il parlare efficacemente è un punto dirimente. L’estensione delle pratiche del partito sociale ha una doppia valenza: relativa all’immagine del nostro partito come partito diverso e relative alla costruzione di rete di solidarietà e mutualismo tra i soggetti colpiti dalla crisi. Per questo occorre estendere le pratiche del blocco degli sfratti, i GAP, il dentista sociale ed in generale le forme di mutualismo a partire dai quartieri e dagli strati popolari. Nella costruzione dei GAP dobbiamo massimizzare le relazioni con i contadini. Occorre generalizzare queste pratiche e smetterla di considerarle come un settore di attività del partito: deve diventare il modo di essere del partito. Personalmente ritengo utile anche la presa di contatto con le Parrocchie disponibili a lavorare su questo terreno.

Una azione culturale
La ricostruzione di una coscienza storica e dei passaggi fondanti la storia d’Italia è un punto decisivo, così come la capacità di decostruire il pensiero unico neoliberista che “naturalizza” le attuali devastanti politiche di austerità. In terzo luogo la capacità di avanzare proposte concrete e problemi concreti che esplicitino il tema della contraddizione di classe: la nozione di popolo non è sufficiente per costruire una risposta adeguata alla crisi. Il partito non può limitarsi ad un lavoro sociale e politico ma deve mettere in campo un lavoro culturale - di coscientizzazione - e un lavoro certosino di individuazione delle proposte programmatiche attraverso cui dar risposte di sinistra ad un disagio sociale pesante quanto spaesato.

Commercio.
E’ del tutto evidente che l’apertura 7 giorni su 7 dei supermercati è una delle cause principali della crisi del piccolo commercio e degli ambulanti. Su questo terreno vi sono due terreni di battaglia politica da agire immediatamente. Il primo ci è data dall’iniziativa del nostro gruppo consiliare in Abruzzo che è riuscito ad ottenere che la regione approvasse una legge per l’indizione di un referendum contro la deregulation del commercio voluta dal governo Monti. Il Consiglio Regionale dell'Abruzzo ha approvato la richiesta di Referendum abrogativo, ai sensi dell’articolo 75 della Costituzione, delle disposizioni di cui all'art. 31 del Decreto Legge n. 201 del 2011 che consentono alla grande distribuzione di aprire anche durante tutte le domeniche e persino il 25 aprile o il 1 maggio. Questo far west delle aperture non ha fatto che aggravare la crisi del piccolo commercio e inasprito ulteriormente l'iper sfruttamento dei lavoratori dei centri commerciali. Questa deregulation, figlia di una visione fondamentalista del mercato, ha suscitato campagne, iniziative e proteste non solo delle organizzazioni di categoria dei commercianti ma anche dei sindacati, da quelli confederali all'USB che lo scorso 8 dicembre ha organizzato presidi in tutta Italia. Persino la Conferenza Episcopale Italiana ha raccolto firme per "liberare la domenica".
Contro questa normativa molte Regioni avevano presentato ricorsi alla Corte Costituzionale purtroppo respinti in quanto governo e parlamento avrebbero legiferato sulla base della competenza statale in materia di concorrenza. Proponiamo che in ogni regione si avvii una campagna per ottenere l’approvazione di analoga richiesta. Ne bastano cinque ai sensi della Costituzione per ottenere la convocazione del referendum.
Parallelamente va messa in atto l’iniziativa di contrasto al regime di bassi salari e precarizzazione che caratterizza il lavoro nei centri commerciali. Occorre mettere in campo una iniziativa capillare in cui ogni nostro circolo “adotti un supermercato” e cominci a fare una azione di informazione della clientela sulle condizioni di lavoro scandalose che il personale deve subire. Se il lavoro viene fatto con metodo e intelligenza, partendo dal supermercato della zona che ha le condizioni di lavoro peggiori, costruendo le opportune alleanze, è possibile arrivare a veri e propri boicottaggi e ad aprire una contrattazione che obblighi i padroni a conceder miglioramenti ai lavoratori. Questo è un altro modo per difendere i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici e contemporaneamente per riequilibrare la concorrenza dei supermercati nei confronti dei piccoli esercizi.
In terzo luogo occorre fare iniziative per bloccare la nascita di nuovi supermercati e centri commerciali. Non mi dilungo perché mi paiono evidenti le ragioni.

Fisco
Noi ci siamo sempre battuti affinché tutti pagassero le tasse ed è del tutto evidente che solo i lavoratori dipendenti e i pensionati pagano le tasse fino all’ultimo centesimo. In questo contesto si è arrivati sovente ad un paradosso in cui i lavoratori pagano regolarmente le tasse, i padroni e i ricchi eludono regolarmente le tasse e gli artigiani e il piccolo commercio evadono le tasse. Questo “modus vivendi” del tutto iniquo è saltato per aria sul versante del piccolo commercio e degli artigiani sia a causa della crisi sia a causa del sistema di lotta all’evasione fiscale che vede in Equitalia un riscossore che sovente rasenta l’usura. Capita così che per artigiani e commercianti, messi fuori mercato dalla crisi, non sapendo come trovare un altro posto di lavoro o non volendo perdere status e redditi propri della fase precedente, l’evasione diventi il modo normale per restare “a galla”. Capita però che nel caso di accertamenti – in cui l’elemento formalistico determina talvolta effetti perversi – e di individuazione di cifre da pagare all’erario, queste lievitino in modo incredibile con gli interessi applicati da Equitalia. Capita così che un piccolo problema causato da ritardi o piccole evasioni si trasformi in un debito con l’erario impossibile da saldare. Se questo capitasse a 10 persone non sarebbe un problema. In Italia questo capita a centinaia di migliaia di persone e questo diventa nella crisi un problema politico potenzialmente esplosivo, come abbiamo avuto modo di apprezzare in questi mesi e non solo negli ultimi giorni. Disinnescare questo problema è una urgenza politica che va affrontata sia mettendo dei tetti massimi agli interessi di mora che Equitalia può praticare, sia valutando la possibilità di definire una moratoria nei pagamenti per chi abbia debiti di lieve entità. Il punto non è di favorire l’evasione fiscale ma di difendere gli interessi di strati di commercianti ed artigiani che si muovono ai confini della sussistenza e che non vogliamo diventino massa di manovra per la lotta contro il welfare o peggio.

In conclusione.
Con ogni evidenza, queste note non hanno una pretesa di completezza. Il mio obiettivo è di fornire un primo e parziale materiale di orientamento che deve essere arricchito e precisato. L’ho scritto con una doppia consapevolezza: Potremo giocare un ruolo dentro la crisi italiana solo se mettiamo da parte l’autolesionismo e contemporaneamente ci dotiamo di un impianto analitico, progettuale e di lavoro concreto condiviso e preciso.
 
Paolo Ferrero
13/12/2013