venerdì 13 dicembre 2013

La globalizzazione neolilberista nello svuotare progressivamente la democrazia rappresentativa pone quindi le condizioni strutturali per la crisi della politica e per la regressione del conflitto sociale a rivolta.

Nota sul movimento dei forconi
 

 A sinistra la valutazione del movimento dei forconi è stata ed è assai differenziata. Per semplificare, da chi ha sostenuto che era un movimento fascista e golpista a chi ha sostenuto che si tratta di un genuino movimento di ribellione contro il neoliberismo. Non concordo con queste interpretazioni e provo qui di seguito a dare una prim...a lettura di cosa sta succedendo e di cosa è opportuno fare.
Innanzitutto considero necessaria una nota metodologica: di fronte a movimenti compositi, propri di una fase di guerra di movimento in cui tutto si muove rapidamente, è assolutamente necessario distinguere i fenomeni sociali dai fenomeni politici e distinguere all’interno di questi tra i comportamenti politici antagonisti (di vario colore e natura) dai comportamenti del potere costituito. Senza questa elementare distinzione sul piano analitico a mio parere non si capisce letteralmente nulla perché si tendono a fare delle equivalenze che forse potevano avere una loro validità nella fase precedente ma che oggi risultano false.
Utilizzando questa griglia di lettura mi pare di poter dire che:
1) Gli organizzatori del movimento dei Forconi non sono un corpo unico e hanno al loro interno significative forze di destra. Abbiamo il movimento dei Forconi vero e proprio, guidato da Ferro, come alcune aggregazioni degli autotrasportatori, di agricoltori o di artigiani. Abbiamo poi Forza Nuova e i gruppi ad essa contigui – o a cui essa ha dato vita come vere e proprie organizzazioni collaterali – giocano un ruolo significativo, così come altre sigle di destra – a partire da casa pound – sono bene presenti nell’organizzazione del movimento. In alcune realtà territoriali si sono poi aggregati nell’organizzazione degli eventi parti di ultras, generalmente legate a realtà di destra. Così come in talune realtà vi sono state significative presenze della malavita locale, che ha dato un supporto significativo all’organizzazione dei blocchi, al controllo del territorio, al carattere maschile ed autoritario di varie azioni.
Da questo punto di vista non è certo sbagliato dire che l’organizzazione della Rivolta dell’immacolata – come viene chiamata da Forza Nuova – ha una indubbia impronta di destra estrema, nonostante i riferimenti di fedeltà alla Costituzione repubblicana.
2) Il movimento non è stato identico in tutta Italia ma ha raccolto un grado di consenso assai ampio. Molti, anche coloro che hanno criticato pesantemente il movimento per le sue caratteristiche, hanno segnalato un grado di condivisione delle ragioni della protesta: non se ne può più. In molte regioni le iniziative non sono andate al di la dei promotori nazionali e sono stati quindi animate quasi per intero dai militanti dell’estrema destra e sono rimaste quindi – sul piano militante - un fenomeno quasi solo politico. In altre situazioni, la Rivolta dell’immacolata – al di là degli organizzatori - è diventata l’occasione per significativi settori sociali di esprimere la propria rabbia e il movimento ha quindi assunto le caratteristiche di un vero e proprio movimento sociale.
3) Significativo a questo riguardo il caso di Torino, la città più impoverita del Nord Italia. A Torino lo sciopero dei commercianti del lunedì 9 dicembre è stato totale. A Torino lunedì non era possibile comprare il giornale o bere un caffè. Vi sono certo state intimidazioni ma nella sostanza lunedì ha visto un consenso altissimo della categoria dei commercianti all’azione di lotta. All’interno dei commercianti il nucleo maggiormente determinato e militante è indubbiamente costituito dagli operatori dei mercati rionali e segnatamente di Porta Palazzo, che hanno un contenzioso aperto e molto pesante (occupazione della stazione di Porta Susa poche settimane fa) con il comune di Torino in merito al pagamento delle tasse locali. Accanto ai commercianti, ad agricoltori, a trasportatori ed artigiani (significativa la presenza di ditte edili che sono alla canna del gas in quanto non vi è lavoro) vi è stata una presenza di ultras ed in generale di settori di proletariato giovanile (sia studenti che disoccupati e precari) non politicizzato. La vicenda torinese è stata caratterizzata – in particolare nella prima giornata - dalla contestazione nei confronti del presidente della giunta regionale Cota (Lega) che è un esempio da manuale della casta verso cui cresce l’odio popolare. Cota e larga parte del consiglio regionale piemontese è al centro di una indagine sull’utilizzo allegro dei rimborsi spese da cui è emerso che Cota oltre a far un uso improprio dei rimborsi, si era fatto rimborsare anche un paio di mutande verde padano. Lo sdegno nei confronti di questa giunta che non se ne vuol andare a casa è quindi enorme e diffuso in tutti gli strati della popolazione. Mi pare di poter dire che la protesta nell’area torinese ha visto una partecipazione militante di meno di 10.000 persone (e quindi non certo enorme) ma ha avuto nella giornata di lunedì un estesissimo consenso sociale, poi ridottosi nei giorni seguenti, a causa delle intimidazioni - anche ai danni di commercianti che non volevano chiudere - dei disagi causati dai blocchi, del venir meno della volontà della stragrande maggioranza dei commercianti di proseguire la chiusura dei negozi.
Anche a Torino parlare di regia unitaria è una forzatura (vi erano rotonde presidiate da un gruppo e altre rotonde presidiate da altri in forte polemica con i primi, e così via) ma certo vi è stata un significativo tessuto militante che rappresenta una eccedenza rispetto alle forze che hanno organizzato l’iniziativa e un significativo elemento di consenso, che si è in parte ridotto con il passare dei giorni.
Tra la Val d’Aosta (dove praticamente non è successo nulla) e Torino, vi sono il complesso delle realtà italiane che hanno al loro interno un mix dei due fenomeni che ho proposto di analizzare separatamente e cioè il fenomeno politico (di destra) e il fenomeno sociale (ceto medio in via di impoverimento, poveri e proletariato giovanile, tutti assai incazzati).
4) Nel complesso mi pare di poter rilevare che il movimento dei forconi è stato un fenomeno che ha raccolto un significativo grado di consenso popolare (in larga parte inconsapevole delle forze che avevano organizzato l’iniziativa ed in parte indifferente a chi fossero gli organizzatori) in quanto ha espresso in forma plastica una rabbia che caratterizza la maggioranza degli italiani. Il movimento è stata quindi una occasione per esprimere una rabbia a lungo covata e il grado di simpatia verso le ragioni della rivolta (a prescindere dal giudizio sui vari aspetti della rivolta o sui suoi organizzatori) è stato – ed in larga parte permane – molto alto. I settori sociali maggiormente coinvolti sono stati il cento medio impoverito o in via di impoverimento e il proletariato giovanile nelle sue mille sfaccettature.
5) Per quanto riguarda il comportamento degli apparati dello stato, cioè del potere mi pare necessario sottolineare alcuni elementi. La scelta del governo è stata quella di non reprimere il movimento, scelta che è stata poi progressivamente abbandonata dalla giornata di mercoledì. Parlo di scelta perché è stata la caratteristica unificante su tutto i territorio nazionale. In intere porzioni di territorio lo stato nelle giornate di lunedì e martedì semplicemente non ha fatto valere la propria sovranità.
Parallelamente abbiamo avuto l’azione di Forza Italia che ha all’inizio sostenuto il movimento e proposto un incontro con le organizzazioni promotrici. Man mano che il consenso del movimento è andato scemando questo atteggiamento è cambiato e Berlusconi ha “responsabilmente” evitato l’incontro. Conoscendo le relazioni tra centro destra e movimento dei forconi in Sicilia, è ipotizzabile qualche superficie di contatto maggiore di quelle cha appaiono a prima vista.
In generale mi pare di poter affermare che il movimento indubbiamente è stato visto di buon occhio di Forza Italia – banalmente per la richiesta di dimissioni dell’esecutivo – ma da qui a parlare di rischio di colpo di stato ce ne passa parecchio.
Un dato da analizzare a se - e che va del tutto oltre la scelta di basso profilo del governo di fronte alla violazione della legge - riguarda il significativo grado di consenso che il movimento ha riscontrato tra le forze dell’ordine. Potremo parlare di atteggiamento generalmente simpatetico. Basti pensare per non fare che un esempio che nella sola repressione della manifestazione degli studenti della Sapienza a Roma e di una manifestazioni studentesca a Torino sono stati nella giornata di giovedì fermati più militanti di quanto sia successo nei tre giorni precedenti in tutta Italia. Dire che sono stati usati due pesi e due misure è un eufemismo.
6) Gli obiettivi della protesta mi paiono raggruppabili in due filoni. In primo luogo le rivendicazioni delle parti di singole categorie che hanno promosso la protesta (trasporto, commercio, agricoltori, artigiani): in primo luogo il taglio delle tasse, nelle diverse particolarità in cui questa richiesta si può esprimere. Il tema del taglio delle tasse si allargava sul piano politico nella contestazione dell’Euro, dell’Europa e soprattutto del governo. Mentre il taglio delle tasse costituiva l’elemento sindacale presente nelle mobilitazioni, la contestazione nei confronti del governo e la richiesta di dimissioni, la critica ai partiti, al sindacato e l’identificazione col tricolore rappresentava il dato politico, unificante del fronte interno al movimento e contemporaneamente il terreno di costruzione di consenso all’esterno. Le rivendicazioni di una dittatura militare di transizione – che pure qualche dirigente del movimento ha espresso – non hanno certo caratterizzato l’immagine e il movimento medesimo. Ad esempio Forza Nuova ha prontamente avanzato la proposta di elezioni anticipate immediata con la legge elettorale proporzionale.
7) L’atteggiamento del Movimento 5 Stelle nei confronti della rivolta è stato tentativo di porsi come il rappresentante del movimento, pur prendendo le distanze su vari episodi aventi nel corso delle giornate di mobilitazione. In generale mi pare di poter dire che il M5S si trova in sintonia di fondo con la cultura politica del movimento ma ne risulta spiazzato perché il M5S è sostanzialmente un fenomeno di rappresentanza politica di un paese incazzato ma passivizzato. Nella misura in cui la gente scende in strada direttamente il M5S viene spiazzato perché ogni forma di protagonismo sociale (a prescindere dalle sue forme e dai suoi contenuti) rappresenta una sorta di disturbo per un partito che chiede semplicemente di essere votato in modo da avere il 51% dei consensi. Da questo punto di vista il M5S più che essere un vero e proprio partito della crisi, in grado di lucrare e crescere sulla crisi sociale, mostra di essere più una sorta di parcheggio di voti per una fase intermedia della crisi. Nella misura in cui la gente è già incazzata e delusa ma ancora non si muove, il M5S svolge egregiamente la sua funzione. Nella misura in cui le persone iniziano a muoversi il M5S risulta spiazzato. Questo non vuol dire che il M5S svolge una positiva funzione di contenimento per evitare che “arrivi Alba dorata”. Questo significa che il M5S – che beneficia e amplifica il senso comune di massa sottoprodotto dalla crisi del neoliberismo – apre la strada ad ulteriori forme di radicalizzazione sociale con caratteristiche populistiche e non democratiche. Non si evoca impunemente l’uomo della provvidenza in tempi di crisi!
Il tema della rivolta sociale che questo movimento ha riportato all’ordine del giorno, non credo che sia un fatto passeggero o derivante principalmente dalle organizzazioni politiche di destra che hanno costituito l’ossatura organizzativa del movimento. Io penso che questa specie di ritorno all’800, “all’assalto al municipio” (cosa effettivamente avvenuta per 3 giorni a Nichelino, in Provincia di Torino), sia basata su un fatto strutturale. Fino a quando nel contesto della democrazia, vi è stata un equilibrio di poteri tra padroni ed operai, la forma prevalente del conflitto sociale è stata la contrattazione. Nel secondo dopoguerra e fino alla fine degli anni ‘70 questo è stato: stesura di una piattaforma, lotta e accordo che sanciva qualche conquista. Da quando la globalizzazione ha determinato una enorme disparità nei rapporti di forza tra le classi, questo schema è saltato e le lotte non hanno più prodotto risultati, al massimo hanno fermato o rallentato temporaneamente l’offensiva. E’ in questo contesto di strutturale messa in discussione della efficacia della contrattazione che il conflitto – in un contesto di frantumazione della classe e di debolezza o di inutilizzabilità delle sue organizzazioni - torna ad assumere il volto della rivolta, della ribellione. Se il potere tende a derubricare la questione sociale, trattandola sostanzialmente come questione di ordine pubblico – anche quando la repressione non viene posta in essere – invece che come questione politica, è abbastanza evidente che il ritorno alla rivolta è qualcosa di più di un incidente di percorso. I casi delle banlieu francesi o delle rivolte in Inghilterra sono li a testimoniarlo. Si noti come la tendenza alla rivolta è l’altra faccia della crisi verticale della politica ed in generale delle forze politiche e sindacali che sulla rappresentanza aveva costruito il proprio ruolo sociale. Nel senso comune di massa, se lo stato italiano non fa nulla di buono per il popolo, allora a cosa serve la politica? Diventa una funzione puramente parassitaria di una casta che pur non avendo alcuna utilità sociale vuole mantenere i propri privilegi. Dobbiamo quindi sapere che il futuro ci riserverà conflitti sociali spuri, che non avverranno nelle forme che noi consideriamo “normali”. La globalizzazione neolilberista nello svuotare progressivamente la democrazia rappresentativa pone quindi le condizioni strutturali per la crisi della politica e per la regressione del conflitto sociale a rivolta. Lo svuotamento della democrazia dall’alto pone le condizioni per una messa in discussione delle forme conosciute della democrazia dal basso. Come attraversare la rivolta con la capacità di ricostruire la democrazia partecipata è il punto posto alla sinistra di classe.
9) Se il ceto medio in via di impoverimento è stata l’ossatura sociale di questo movimento, occorre interrogarsi sulle sue culture politiche, sui suoi immaginari. Va fatto senza la puzza sotto il naso propria di quei professorini che ritengono che per esprimere una cultura politica occorra parlare in modo forbito ed essere in grado di fare dotte citazioni. A me pare che la cultura politica più diffusa è intrisa di liberismo - pensiamo solo alla centralità del tema della riduzione delle tasse – e per quanto riguarda gli strati giovanili caratterizzata dall’assenza di qualsivoglia memoria storica o nozione di classe. La memoria storica per gli adulti è la “fregatura” che porta a dire che sono tutti uguali. La memoria storica per i più giovani non contiene alcuna sedimentazione di passaggi rilevanti o identificanti: dalla resistenza al 68, tutto è stata tritato nel meccanismo dell’eterno presente proprio della televisione commerciale. Per quanto riguarda il ceto medio impoverito o i nuovi poveri, ci troviamo cioè di fronte a segmenti sociali il cui status e tenore di vita è messo radicalmente in discussione dalle politiche neoliberiste che però reagiscono agitando parole d’ordine liberiste. Mentre si invoca l’intervento del governo – ad esempio i sussidi in agricoltura - dall’altra si propongono misure che riducono il peso dello stato nell’economia. Mentre si esperimentano sulla propria pelle i disastri che produce il libero mercato (pensiamo solo ai disastri determinati sul tessuto del piccolo commercio dall’enorme sviluppo degli ipermercati), si protesta come se il mercato funzionasse benissimo e l’unico problema derivasse proprio dalla presenza dello stato. La rabbia nei confronti degli effetti della crisi non ha quindi prodotto alcun elemento di comprensione reale delle cause della stessa e conseguentemente delle strade che vanno percorse per uscirne. Questa confusione – che caratterizza larga parte della società italiana e non solo i ceti medi – deve essere assunta come il punto di partenza dell’intervento politico: alla mobilitazione contro gli effetti del neoliberismo non corrisponde oggi in Italia una consapevolezza della necessità di costruire una alternativa al neoliberismo. L’ideologia dominante che ha colonizzato i cervelli degli italiani con le stupidaggini neoliberiste e con la distruzione di ogni memoria e nozione del conflitto di classe è oggi l’unico pensiero – il pensiero unico appunto – che è in testa anche dei soggetti che gli effetti di quelle politiche ed ideologie stanno subendo pesantemente. Siamo in presenza di una ideologia dominante così pervasiva da restare in piedi anche quando manifestatamente non funziona, così come siamo in presenza di una rivolta subalterna, cioè incapace di costruire una propria lettura del mondo ad una proposta alternativa. Di questa confusione hanno beneficiato sul terreno della rappresentanza prima Berlusconi e poi Grillo. Il punto che voglio sottolineare è che di fronte a questa confusione, che rischia paradossalmente di rafforzare le politiche neoliberiste e la distruzione del welfare, non sia sufficiente costruire il conflitto ma sia assolutamente necessaria una battaglia politica e culturale per chiarificare le ragioni della crisi e quindi la definizione degli obiettivi. Si tratta di un lavoro duro ma possibile, a patto di aver chiaro che non esiste alcuna scorciatoia visti gli attuali livelli di coscienza. Ad esempio, è del tutto evidente che il problema dei commercianti, ancora prima di quello della tasse, consiste nel massiccio sviluppo di supermercati e nel crollo del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti e del conseguente crollo dei consumi. Questa consapevolezza dovrebbe portare alla rivendicazione di porre limiti al mercato e di ridistribuire il reddito, in modo da aumentare salari e pensioni e quindi i consumi. E’ però del tutto evidente come l’adozione di questo schema di ragionamento non sia per nulla scontato, perché è distante anni luce dall’ideologia di liberismo molecolare che caratterizza questi padroncini. Costruire una relazione con questi strati di piccola borghesia in via di impoverimento per rompere il senso comune, la colonizzazione dei cervelli che è andata avanti in questi vent’anni, è quindi decisivo per far si che le lotte prendano la strada della trasformazione sociale e dell’unità con il mondo del lavoro dipendente invece che la strada della disperazione e della regressione.
10) La presenza dei fascisti è stata significativa e totalmente mimetizzata. Solo in pochi casi gli sono venute fuori le cose che pensano (dittatura militare, antisemitismo, razzismo, omofobia, etc.). La stessa assenza di bandiere della destra e l’utilizzo della bandiera italiana alle manifestazioni segnala una grande organizzazione e una grande preparazione di questa iniziativa. Oltre a questo aspetto tattico – militare, mi preme sottolineare l’elemento culturale. I fascisti con cui ci troviamo a fare i conti non sono caratterizzati in primo luogo da una cultura nostalgica ma si auto descrivono come rivoluzionari, per la precisione come rivoluzionari conservatori. I loro miti affondano le radici nella destra radicale della repubblica di Weimar, nell’idea che non esiste la destra e la sinistra ma solo l’unità di chi è “contro”. E’ la destra antiborghese propria della fase “rivoluzionaria” del nazismo più che del fascismo, che si autorappresenta come espressione non già di una parte politica ma del popolo in quanto tale, dello spirito del popolo (in questo l’assonanza con Grillo è evidente). Le bandiere italiane non sono quelle della liberazione e del CLN ma quelle di una comunità organica in formazione che vuole buttare a mare gli immigrati. E’ una destra che rimpiange di non essere riuscita nel ’68 a stare dentro il movimento studentesco e che critica Almirante per essersi contrapposto frontalmente al movimento studentesco. Ovviamente questa è pura ideologia e sappiamo benissimo come è finita la storia della SA sotto il nazismo e dei presunti fascisti antiborghesi dopo la marcia su Roma. Pur tuttavia, il fatto che noi sappiamo cosa nasconde la cultura di questa destra – che non vuole presentarsi come tale - non ci esime dal conoscere bene questa destra per misurarsi con il pericolo che rappresenta, evitando di farne una facile caricatura che non corrisponde alla percezione di massa. I fascisti più sono mimetizzati e più sono pericolosi, per questo sono inutili le denunce moraliste perché il terreno dello scontro è quello dell’egemonia nel campo dell’opposizione. Per battere il fascismo risorgente nella crisi organica dell’Italia non c’è altra strada che essere più efficaci di loro nel costruire l’opposizione al neoliberismo – e a chi lo rappresenta - proponendo e costruendo una uscita da sinistra e democratica alla crisi medesima.
CHE FARE:
Da queste note analitiche deve scaturire l’impostazione della nostra azione politica evitando le semplificazioni che tendono a vedere in questo movimento o un puro movimento reazionario o l’inizio della rivoluzione. La battaglia antiliberista si deve coniugare per noi con proposte precise di uscita dalle politiche di austerità e con la ricostruzione di una cultura antifascista. Occorre evitare di spalmarsi acriticamente sul movimento così come di dar vita a fronti antifascisti che vedano al loro interno i liberisti e gli antiliberisti. Il nostro punto di partenza è la lotta di opposizione e dentro il fronte dell’opposizione dobbiamo fare una battaglia politica su obiettivi, culture politiche, democrazia. Abbandonare uno di questi elementi significa non essere in grado di fare iniziativa politica. Possiamo e dobbiamo farlo nella consapevolezza che il tempo stringe ma che vi è lo spazio per una azione politica dei comunisti. Avanzo questa considerazione perché credo che questo movimento non darà luogo ad un colpo di stato e che il governo non risolverà il problema della crisi. Penso inoltre che questo movimento – con tutte le contraddizioni di cui ho detto – rappresenta comunque una scossa, una pietra nello stagno che evidenzia contraddizioni, inquietudini e rabbia da cui dobbiamo partire per impostare un lavoro politico – direttamente come partito o attraverso associazioni meno targate – che si ponga l’obiettivo di costruire un movimento di massa contro le politiche neoliberiste e che coinvolga il complesso dei soggetti sociali colpiti dalla crisi. Tutto questo è possibile abbandonando immediatamente tutti gli atteggiamenti inutilmente autolesionisti centrati unicamente sul fatto che tutto questo è successo perché noi non abbiamo fatto nulla. Non è vero. Non è vero che noi non abbiamo fatto nulla, noi abbiamo fatto cose giuste e cose sbagliate. Il punto è che abbiamo perso. La sconfitta però non è totale: siamo vivi e dobbiamo utilizzare il fatto che ci siamo – senza perdere tempo in recriminazioni e senza piangerci addosso – per impostare subito un lavoro politico che ci porti a diventare quello che abbiamo detto essere il nostro compito storico: essere il partito che indica la strada per uscire dalla crisi e che opera per aggregare attorno al progetto di alternativa di sistema un fronte di lotta anticapitalista.

Contro l’Unione Europea e contro il governo.
Come abbiamo detto a Perugia, i trattati europei e l’euro hanno prodotto una Unione Europea che è il contrario dell’Europa dei popoli che aveva in mente Altiero Spinelli. Questa Europa non è un passo in avanti verso una maggiore civiltà ma è un passo indietro verso il dominio di classe da parte del capitale, la barbarie sociale e la distruzione della democrazia. Questa Europa è la distruzione della civiltà europea e non è riformabile, per questo proponiamo la disobbedienza unilaterale ai trattati. Per costruire una Europa dei popoli occorre rompere questa Europa neoliberista ed autoritaria e rimettere al centro la democrazia e la sovranità popolare, a partire dai livelli nazionali in cui questa sovranità può essere esercitata. Il tema della sovranità nazionale è quindi un tema che dobbiamo agire, a partire da una impostazione di classe e internazionalista che contrasta con l’impostazione nazionalista e razzista. Rompere questa Europa significa in primo luogo non rispettarne più le direttive e sviluppare coerentemente questa impostazione fino alle estreme conseguenze nel caso in cui la linea della disobbedienza non dovesse portare i frutti necessari.
Il giudizio di rottura con questa Europa è decisivo nell’azione politica per dare senso e significato all’opposizione alle politiche di austerità del governo. Nel senso comune di chi subisce gli effetti della crisi la consapevolezza degli effetti disastrosi delle politiche europee è sempre più chiara e risorge il tema della nazionale: noi dobbiamo porci in piena sintonia con questo sentimento che rappresenta il principale elemento di crisi dell’egemonia del pensiero neoliberista dominante e dobbiamo declinarlo in termini di classe. Mentre il libero mercato continua ad essere considerato un dato “naturale” ed intoccabile, le politiche europee sono percepite come arbitrarie e quindi costituiscono l’anello debole della catena che dobbiamo porci l’obiettivo di spezzare.
Una campagna politica contro questa Europa, per la ripresa della sovranità del popolo sulle scelte che lo riguardano e per la non applicazione dei trattati è il primo punto di orientamento politico che dobbiamo avere per entrare in sintonia con il disagio sociale.

Rimettere al centro la contraddizione di classe
Risulta del tutto evidente che la mobilitazione di questi giorni e i suoi contenuti derivano anche da una sostanziale assenza di iniziativa sindacale. La meritoria azione della Fiom e del sindacalismo di base non è sufficiente per ricostruire in Italia un conflitto di classe in grado di produrre non solo risultati ma anche identificazioni sociali. La ricostruzione del conflitto di classe, di un sindacato militante e combattivo, di un punto di vista operaio, è quindi un punto decisivo per intervenire positivamente nel magma sociale prodotto dalla crisi. Non mi dilungo ma è evidente che oltre alla battaglia politica da fare nel prossimo congresso della Cgil dobbiamo operare per favorire la presa di parola diretta degli operai, favorendo un loro protagonismo. Il punto che ci troviamo ad affrontare non riguarda solo il tema dell’egemonia politica ma concerne il tema dell’egemonia sociale, cioè della capacità del conflitto di classe di segnare un punto chiaro di lettura della crisi e la capacità della classe operaia di essere un punto di riferimento nella crisi. Solo un dispiegato conflitto di classe può determinare una corretta identificazione dell’avversario altrimenti declinato in termini populistici.

Piano per il lavoro.
Al congresso di Perugia abbiamo messo il Piano per il lavoro al centro della nostra iniziativa politica e io penso che questo sia il principale strumento da agire anche a fronte delle lotte di questi giorni. Abbiamo detto che il Piano per il lavoro non deve ridursi ad una campagna di propaganda ma deve articolarsi nei territorio, costruire interlocuzioni con il complesso dei soggetti collettivi presenti e avanzare proposte concrete. La piena occupazione è il principale obiettivo di classe oggi e dobbiamo avanzarlo con chiarezza, insieme alla richiesta del reddito minimo come garanzia per chi il lavoro non ce l’ha. Il Piano del lavoro si articola attorno all’idea che tutti hanno diritto a vivere e ad avere delle garanzie nella crisi: noi proponiamo il lavoro come forma principalissima di garanzia ma intanto il reddito per vivere deve essere garantito a tutti e tutte. Penso che dobbiamo articolare la costruzione di questo piano con un occhio di riguardo ai soggetti che sono scesi in campo in questi giorni e quindi tanto ai giovani disoccupati e precari quanto ai piccoli commercianti ed artigiani. Ad esempio noi abbiamo detto che uno dei settori decisi su cui occorre aprire una battaglia politica riguarda il riassetto idrogeologico del territorio. Si tratta di un intervento pubblico ad alta intensità di lavoro e ad alta utilità sociale. La battaglia per dar vita a piani di assestamento idraulico forestale in tute le zone montane e collinari può avere come interlocutori concreti dai lavoratori precari della forestale alle ditte edili oggi in crisi. E’ infatti evidente che per larga parte delle ditte edili, il problema non è tanto di tasse, quanto del fatto che non vi sia il lavoro e di come questo non possa riprendere significativamente per la semplice ragione che di case ve ne sono anche troppe. E’ quindi evidente che solo un piano pubblico che vada dalla ristrutturazione del patrimonio abitativo a progetti di riassetto idrogeologico del territorio possono dare uno sbocco a tante ditte edili oggi alla canna del gas. Ho fatto un solo esempio per segnalare che il passaggio dalla rivendicazione del taglio delle tasse per continuare in un impossibile tentativo di “continuare come prima” ad una rivendicazione di intervento pubblico finalizzato a dare lavoro è un terreno su cui possiamo agire concretamente la nostra proposta politica e produrre egemonia.

Partito Sociale
In un contesto in cui la credibilità della politica e delle forze politiche scende ulteriormente, diventa ancora più decisivo l’estensione programmata delle pratiche del partito sociale. Il fare quale condizione per il parlare efficacemente è un punto dirimente. L’estensione delle pratiche del partito sociale ha una doppia valenza: relativa all’immagine del nostro partito come partito diverso e relative alla costruzione di rete di solidarietà e mutualismo tra i soggetti colpiti dalla crisi. Per questo occorre estendere le pratiche del blocco degli sfratti, i GAP, il dentista sociale ed in generale le forme di mutualismo a partire dai quartieri e dagli strati popolari. Nella costruzione dei GAP dobbiamo massimizzare le relazioni con i contadini. Occorre generalizzare queste pratiche e smetterla di considerarle come un settore di attività del partito: deve diventare il modo di essere del partito. Personalmente ritengo utile anche la presa di contatto con le Parrocchie disponibili a lavorare su questo terreno.

Una azione culturale
La ricostruzione di una coscienza storica e dei passaggi fondanti la storia d’Italia è un punto decisivo, così come la capacità di decostruire il pensiero unico neoliberista che “naturalizza” le attuali devastanti politiche di austerità. In terzo luogo la capacità di avanzare proposte concrete e problemi concreti che esplicitino il tema della contraddizione di classe: la nozione di popolo non è sufficiente per costruire una risposta adeguata alla crisi. Il partito non può limitarsi ad un lavoro sociale e politico ma deve mettere in campo un lavoro culturale - di coscientizzazione - e un lavoro certosino di individuazione delle proposte programmatiche attraverso cui dar risposte di sinistra ad un disagio sociale pesante quanto spaesato.

Commercio.
E’ del tutto evidente che l’apertura 7 giorni su 7 dei supermercati è una delle cause principali della crisi del piccolo commercio e degli ambulanti. Su questo terreno vi sono due terreni di battaglia politica da agire immediatamente. Il primo ci è data dall’iniziativa del nostro gruppo consiliare in Abruzzo che è riuscito ad ottenere che la regione approvasse una legge per l’indizione di un referendum contro la deregulation del commercio voluta dal governo Monti. Il Consiglio Regionale dell'Abruzzo ha approvato la richiesta di Referendum abrogativo, ai sensi dell’articolo 75 della Costituzione, delle disposizioni di cui all'art. 31 del Decreto Legge n. 201 del 2011 che consentono alla grande distribuzione di aprire anche durante tutte le domeniche e persino il 25 aprile o il 1 maggio. Questo far west delle aperture non ha fatto che aggravare la crisi del piccolo commercio e inasprito ulteriormente l'iper sfruttamento dei lavoratori dei centri commerciali. Questa deregulation, figlia di una visione fondamentalista del mercato, ha suscitato campagne, iniziative e proteste non solo delle organizzazioni di categoria dei commercianti ma anche dei sindacati, da quelli confederali all'USB che lo scorso 8 dicembre ha organizzato presidi in tutta Italia. Persino la Conferenza Episcopale Italiana ha raccolto firme per "liberare la domenica".
Contro questa normativa molte Regioni avevano presentato ricorsi alla Corte Costituzionale purtroppo respinti in quanto governo e parlamento avrebbero legiferato sulla base della competenza statale in materia di concorrenza. Proponiamo che in ogni regione si avvii una campagna per ottenere l’approvazione di analoga richiesta. Ne bastano cinque ai sensi della Costituzione per ottenere la convocazione del referendum.
Parallelamente va messa in atto l’iniziativa di contrasto al regime di bassi salari e precarizzazione che caratterizza il lavoro nei centri commerciali. Occorre mettere in campo una iniziativa capillare in cui ogni nostro circolo “adotti un supermercato” e cominci a fare una azione di informazione della clientela sulle condizioni di lavoro scandalose che il personale deve subire. Se il lavoro viene fatto con metodo e intelligenza, partendo dal supermercato della zona che ha le condizioni di lavoro peggiori, costruendo le opportune alleanze, è possibile arrivare a veri e propri boicottaggi e ad aprire una contrattazione che obblighi i padroni a conceder miglioramenti ai lavoratori. Questo è un altro modo per difendere i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici e contemporaneamente per riequilibrare la concorrenza dei supermercati nei confronti dei piccoli esercizi.
In terzo luogo occorre fare iniziative per bloccare la nascita di nuovi supermercati e centri commerciali. Non mi dilungo perché mi paiono evidenti le ragioni.

Fisco
Noi ci siamo sempre battuti affinché tutti pagassero le tasse ed è del tutto evidente che solo i lavoratori dipendenti e i pensionati pagano le tasse fino all’ultimo centesimo. In questo contesto si è arrivati sovente ad un paradosso in cui i lavoratori pagano regolarmente le tasse, i padroni e i ricchi eludono regolarmente le tasse e gli artigiani e il piccolo commercio evadono le tasse. Questo “modus vivendi” del tutto iniquo è saltato per aria sul versante del piccolo commercio e degli artigiani sia a causa della crisi sia a causa del sistema di lotta all’evasione fiscale che vede in Equitalia un riscossore che sovente rasenta l’usura. Capita così che per artigiani e commercianti, messi fuori mercato dalla crisi, non sapendo come trovare un altro posto di lavoro o non volendo perdere status e redditi propri della fase precedente, l’evasione diventi il modo normale per restare “a galla”. Capita però che nel caso di accertamenti – in cui l’elemento formalistico determina talvolta effetti perversi – e di individuazione di cifre da pagare all’erario, queste lievitino in modo incredibile con gli interessi applicati da Equitalia. Capita così che un piccolo problema causato da ritardi o piccole evasioni si trasformi in un debito con l’erario impossibile da saldare. Se questo capitasse a 10 persone non sarebbe un problema. In Italia questo capita a centinaia di migliaia di persone e questo diventa nella crisi un problema politico potenzialmente esplosivo, come abbiamo avuto modo di apprezzare in questi mesi e non solo negli ultimi giorni. Disinnescare questo problema è una urgenza politica che va affrontata sia mettendo dei tetti massimi agli interessi di mora che Equitalia può praticare, sia valutando la possibilità di definire una moratoria nei pagamenti per chi abbia debiti di lieve entità. Il punto non è di favorire l’evasione fiscale ma di difendere gli interessi di strati di commercianti ed artigiani che si muovono ai confini della sussistenza e che non vogliamo diventino massa di manovra per la lotta contro il welfare o peggio.

In conclusione.
Con ogni evidenza, queste note non hanno una pretesa di completezza. Il mio obiettivo è di fornire un primo e parziale materiale di orientamento che deve essere arricchito e precisato. L’ho scritto con una doppia consapevolezza: Potremo giocare un ruolo dentro la crisi italiana solo se mettiamo da parte l’autolesionismo e contemporaneamente ci dotiamo di un impianto analitico, progettuale e di lavoro concreto condiviso e preciso.
 
Paolo Ferrero
13/12/2013

lunedì 11 novembre 2013

Serve una sinistra che ritrovi gli aggettivi che la legano alle grandi ideologie di emancipazione popolare, al comunismo, al socialismo, allo stesso cattolicesimo sociale.

Euro: si può uscire a sinistra

Un recente articolo di Roberta Carlini suggerisce fin dal titolo che l’uscita dall’euro può essere pensata ed attuata solo da destra, argomentando la tesi col dire che, se all’inizio dell’unione monetaria qualche borbottio si era fatto sentire anche a sinistra, ormai il discorso anti-euro è decisamente egemonizzato dalle formazioni politiche di area opposta. Ma questa, mi spiace dirlo, non è una notizia. La vera notizia è piuttosto che, dopo decenni di inebetita accettazione della moneta unica, anche all’interno della sinistra qualcuno comincia a proporre di consegnare l’euro alle nostalgiche raccolte dei numismatici. Ne parla la sinistra francese, con dovizia di argomenti. Ne parla, con la serietà di chi vive momenti drammatici, la stessa Syriza. Ne discute addirittura anche la Linke, e addirittura grazie ad uno dei suoi padri nobili: proprio quell’Oskar Lafontaine che aveva salutato positivamente la nascita della nuova moneta. E, qui da noi, nell’imminente congresso di Rifondazione Comunista si discuterà un emendamento che propone l’uscita dall’euro, legandola al progetto di una soluzione tendenzialmente socialista della crisi italiana. La vera notizia, quindi è che si delinea finalmente un’uscita a sinistra dall’euro. E che questa proposta è talmente sensata che anche chi vi si oppone, immaginando improbabili terze vie, è costretto a riconoscere, il carattere nefasto della moneta unica, mentre chi pure continua, come Christian Marazzi, a vedere un futuro per l’euro come moneta comune accanto alle monete nazionali, deve ormai dire con una certa nettezza che l’euro è la quintessenza del monetarismo, che esso non è assolutamente riformabile e che ci si deve attrezzare a gestirne l’inevitabile e “naturale” rottura. Eppure, nonostante le discussioni in corso, le dure critiche, le continue conferme fattuali del ruolo dell’euro nell’acuire automaticamente le divergenze tra le economie europee e tra le classi tutto ciò non si traduce ancora in una condivisa proposta di uscita (magari prudente, magari graduale) dal meccanismo della moneta unica. Perché? Obiezioni abituali all’idea dell’uscita I motivi sono molti, e profondi. E non sono soltanto quelli che si manifestano nelle affermazioni più abituali: “ i rischi dell’uscita sono eccessivi”, “la svalutazione non risolve tutto”, “il neoliberismo non si identifica solo con l’euro”. E, in ogni caso, “non si può proporre ciò che propone la destra”. Affermazioni a cui si può rispondere ricordando che se uscendo si rischia, restando si è certi di finire nel baratro. Che le risorse per impostare le vere soluzioni dei problemi italiani non potranno essere reperite fintanto che un Paese in deficit commerciale come il nostro avrà la stessa moneta di un Paese in surplus. Che l’euro è la più forte delle politiche neoliberiste perché fa apparire l’attacco al welfare e ai salari non come il frutto di una scelta ma come una necessità “naturale”. E infine che non è vero che la destra (italiana) propone l’exit: essa per ora annusa l’aria, dice e non dice, lancia qualche ballon d’essai. Ci da ancora un po’di tempo, quindi, per proporre la nostra versione dell’inevitabile uscita. E per rammentarci che sempre, quando vogliono realmente uscire dalla crisi del capitalismo, destra e sinistra tendono inevitabilmente ad occupare spazi contigui perché entrambe devono conquistare, per vincere, le classi che dalla crisi sono più colpite. La destra non si è mai vergognata di appropriarsi delle parole d’ordine della parte avversa, facendone poi un uso alquanto…originale. Perché dovrebbe vergognarsene la sinistra, soprattutto quando quelle parole d’ordine appaiono di destra solo perché la stessa sinistra radicale, rincitrullita dal liberoscambismo, non le ha fatte proprie per tempo, mentre invece sono chiaramente coerenti con quanto scritto sulle vecchie e gloriose bandiere della sinistra stessa: controllo democratico della finanza, investimenti pubblici diretti, stato sociale, sovranità popolare? Eppure non si riesce a farlo. Per il persistere di orientamenti politici e culturali magari nobili, ma ormai controproducenti. Ma anche per motivi molto più prosaici. Cominciamo dai primi.
L’Europa non è uno spazio ottimale L’Europa, si dice, è l’unità territoriale minima per rendere efficace qualunque tipo di politica economica, e di politica tout court. Nel mondo contemporaneo, in cui si muovono giganti come gli Usa e i Brics, ogni entità politica più piccola dell’Unione europea sarebbe incapace di fare alcunché. Nel gergo di noialtri comunisti questa tesi viene in genere riformulata così: poiché il “livello” del capitale è ormai continentale (in quanto la produzione è integrata su scala europea) il “livello” della lotta di classe non può che essere continentale anch’esso: questo è l’unico modo per controllare, almeno potenzialmente, catene del valore che ormai si estendono “dal Manzanarre al Reno”, e oltre. Tesi, queste, non peregrine. In effetti l’Europa sarebbe davvero uno spazio economico-politico ottimale, così come sarebbe davvero opportuno poter agire dentro confini talmente ampi da contenere – e quindi controllare – le reti di produzione volutamente frammentate dal capitalismo. Ma il condizionale, qui, è davvero d’obbligo. L’Unione europea sarebbe uno spazio politico ottimale, ma non lo è , semplicemente perché è uno spazio che, proprio grazie all’euro, non consente nessun’ altra politica che non sia quella funzionale alle necessità di accumulazione del capitale. E’ uno spazio che non dà scelte, e che quindi consente solo politiche antipopolari. L’Unione europea non espande la sovranità popolare, non le consente di agire su scala più vasta, ma semplicemente la elimina: in basso assegnando agli Stati nazionali (ad eccezione dello Stato dominante, quello tedesco) il mero compito di disciplinare i lavoratori e di trasferirne i risparmi verso il capitale finanziario; in alto, sostituendo la sovranità sulla moneta con la sovranità della moneta (che è peraltro una moneta analoga a quella dello Stato dominante). Quindi purtroppo l’idea di utilizzare lo spazio europeo per una politica di più ampio raggio non è realisticamente proponibile. Purtroppo bisogna ripiegare, ma non già su uno spazio esclusivamente nazionale, bensì su poli internazionali meno estesi dell’Unione europea (quale potrebbe essere il polo sudeuropeo) ma forse più capaci di proiezione esterna (verso l’area mediterranea, il Medio oriente ed i Brics) perché non più vincolati ad una moneta rigida come l’euro, che fa temere ad ogni potenziale alleato il rischio di finire strangolato da un debito inestinguibile. E capaci, su questa base, non già di tagliare le reti produttive che li legano al resto d’Europa, ma di gestirle in maniera maggiormente negoziata. Purtroppo chi vuole costruire un vero Stato democratico europeo deve prima distruggere il semi-Stato attuale. Perché non ci sentiamo nazione? Non sono pochi gli europeisti di sinistra disposti a condividere, in tutto o in parte, quanto ho appena scritto. Ma subito dopo si fermano, atterriti da un ostacolo insormontabile: “non possiamo certo tornare al nazionalismo!”, “non possiamo certo isolarci dal mondo!”, e così via. Entra in gioco, qui, un caratteristica profonda della cultura del nostro Paese, ossia la persistente difficoltà dell’Italia a pensarsi come nazione. Difficoltà comprensibile: la Repubblica democratica nasce proprio sulle ceneri di una velleitaria avventura nazionalista; lo sviluppo postbellico e l’improvviso benessere goduto dal Paese sono stati vissuti anche come effetto dell’apertura della nostra economia al mercato mondiale. Decisamente dipendente dall’estero per capacità militare, per fonti energetiche e materie prime, l’Italia si è volontariamente legata, come socio minore, all’alleanza atlantica ed ha fatto a lungo di necessità virtù, deponendo (per fortuna) ogni forma di sciovinismo, ed individuando sempre negli organismi internazionali la principale sede di decisione. L’universalismo cattolico ed una versione sempre più soft dell’internazionalismo comunista hanno certamente rafforzato questa attitudine, il cui esito più concreto ed importante è stato individuato proprio nell’Unione europea, e nell’euro stesso. Sulla base di questa collocazione geopolitica subalterna e delle culture che l’hanno, ad un tempo, mascherata ed illusoriamente nobilitata, sono da noi attecchite ideologie che altrove hanno avuto assai minore fortuna: la diffusa convinzione che lo Stato nazionale non conti più nulla; la pretesa che esso possa essere felicemente superato dalle istanze sovranazionali e dall’autonomia del “sociale”; il globalismo che immagina un mondo piatto, privo di confini, dove gli scontri tra blocchi economico-politici sono soltanto un evitabile incidente di percorso; l’idea, infine, che siccome noi non ci comportiamo veramente come nazione nemmeno gli altri debbano farlo: da ciò la persistente illusione sul fatto che “alla fine” la Germania ed i suoi diretti satelliti rinunceranno alla loro gretta strategia mercantilistica e nazionalistica a favore dei nobili ideali del “mondo interconnesso”. Tutto questo insistente chiacchiericcio viene oggi soverchiato dal fragore della crisi, che mostra la vera natura dell’Unione europea, la persistente importanza degli Stati forti nel gestire le gravissime turbolenze economiche, l’emergere di gravi conflitti trai diversi blocchi mondiali. E, soprattutto, l’esaurimento della rendita di posizione che aveva consentito all’Italia di progredire dal punto di vista sia economico che sociale pur nel contesto di una subordinazione geopolitica. E proprio questo è il punto: se la collocazione atlantica ci ha consentito, in passato, di situarci comunque in un’area economica espansiva (anche se ultimamente trainata solo dalla droga finanziaria), oggi questo non è più possibile. Anche l’idea di allontanarci dal rigorismo tedesco per beneficiare del “keynesismo” americano è illusoria: sia perché questo “keynesismo” è in realtà una bolla gigantesca, sia perché la strategia fondamentale degli Stati uniti è quella dell’estensione del più integrale liberoscambismo a tutta l’Europa (unita o meno), è quella della completa demolizione dei limiti posti al movimento dei capitali, e quindi cozza con le esigenze di un Paese come il nostro che, per ricostruire una base produttiva distrutta da decenni di rapine berlusconiane e di svendite prodiane, ha bisogno proprio di rendersi il più possibile autonomo dal capitale finanziario mondiale, di regolarne i movimenti, di riconquistare una capacità di manovra pubblica. Una scelta difficile L’Italia deve quindi riconoscere che non può più identificarsi senza riserve nelle istituzioni del capitalismo atlantico, ed in particolare nell’euro, pena il proprio crescente immiserimento. E che quindi deve costruire, insieme ad altri, un’autonoma posizione internazionale (di potenziale raccordo tra Nord e Sud, Ovest e d Est) come condizione di un’autonoma strategia di crescita civile interna. La difficoltà nel liberarsi dell’euro e nell’immaginarsi senza Unione europea non è che il sintomo, a mio avviso, della sorda percezione e della subitanea rimozione di questo problema epocale, la cui soluzione imporrebbe una decisa e difficile cesura con la cultura politica e con la prassi della sinistra italiana, anche della parte migliore di essa. Difficile ma non impossibile. Se solo si diradasse la nebbia globalista in cui siamo immersi si vedrebbe che, dalla Comune di Parigi alla guerra antinazista dell’Unione Sovietica, dalla Resistenza italiana alle varianti latinoamericane del socialismo, nessuna grande esperienza di emancipazione sociale ha mancato di riferirsi in qualche modo alla nazione. Si vedrebbe che quando il comando del capitale si presenta anche come distruzione o indebolimento dello Stato nazionale, la difesa dello spazio nazionale può essere una forma non di repressione, ma di ripresa della lotta di classe. Si vedrebbe che l’internazionalismo non è – appunto – globalismo, ma patto progressivo tra lavoratori che, avendo riconquistato protagonismo politico nel proprio spazio nazionale, possono proprio per questo costruire uno spazio più ampio, e così resistere in maniera più efficace alle dinamiche del capitalismo mondiale. E la nebbia in cui siamo immersi può essere diradata se le nuove, e peggiori, condizioni sociali imposte dalla crisi sono lette e spiegate da nuove, e migliori, idee sul futuro del Paese.
Rompere l’alleanza tra lavoro e capitale europeista Ma la battaglia ideale non basta. Perché i motivi dell’insano attaccamento all’euro non sono semplicemente culturali, ma, come dicevo, anche molto prosaici. Più che l’attaccamento all’euro conta qui – passatemi l’espressione – la fame di “euri”. Quella del ceto politico PD, che trova linfa e sostegno nell’essere parte integrante del blocco dominante “eurista”. Ma anche quella del ceto sindacale che sopravvive grazie all’indiscussa accettazione della prospettiva europea, che comporta in cambio legittimazione, partecipazione ad enti bilaterali, alla gestione della formazione ed altro. Ma anche quella di una parte delle associazioni civili (e dei movimenti di cui esse sono struttura portante) che pur seguitando a criticare in tutti i modi le idee neoliberiste, accettano senza batter ciglio le pratiche neoliberiste della governance, che implicano riduzione dello Stato, sussidiarietà, e, ovviamente finanziamento diretto (tramite fondi europei) delle associazioni stesse. Ma ciò che più importa è che, purtroppo, la traballante struttura dell’euro è sostenuta soprattutto dallo stesso blocco sociale che sostiene la sinistra, ossia da quei lavoratori della grande industria, del pubblico impiego e delle nuove professioni intellettuali, nonché dai pensionati, che, pur vedendo sempre più minacciata la propria relativa stabilità, temono che le inevitabili difficoltà dell’uscita dall’euro si riversino soprattutto sulle loro spalle. Temono, insomma, più il futuro del presente. Mentre i lavoratori meno stabili ed i microimprenditori (che sono quasi sempre proletari costretti alla partita IVA), in stato di crescente disperazione, temono più l’oggi che il domani ed oscillano tra l’astensione e l’appoggio alla retorica antisistema – ed antieuropea – della destra. Dobbiamo quindi concluderne che i lavoratori cosiddetti garantiti sono gli avversari di oggi? Tutt’altro. Questo è proprio l’atteggiamento della destra, è l’atteggiamento di Grillo (ma non certo di tutto il M5S), che consiste nel mettere i lavoratori gli uni contro gli altri per poi fregarli tutti insieme, distruggendo ogni tipo di struttura sindacale e di autonomia politica. No. Noi dobbiamo ovviamente puntare sull’unità di tutti i lavoratori. Ma dobbiamo anche riconoscere che, in determinati momenti storici, i lavoratori più deprivati sono gli unici capaci di scelte politiche radicali. E che quindi bisogna prendere le mosse proprio dall’organizzazione di questi lavoratori, dall’alleanza tra essi ed una parte delle piccole e medie imprese, dalla definizione di un programma per la rinascita economica e civile del Paese. E che successivamente bisogna, su questa base, riconquistare un rapporto unitario con la parte “forte”, ma in realtà sempre più debole, del lavoro, momentaneamente alleata col grande capitalismo europeista. Anche il lavoro apparentemente stabile, infatti, è e si sente continuamente minacciato di declassamento sociale, e questa sensazione si accrescerà sempre di più. Dobbiamo accompagnarla chiarendo il ruolo negativo dell’euro e la possibilità di un’uscita a sinistra. Ossia di un uscita che non si traduca semplicemente in svalutazione ed inflazione (anche se la svalutazione ci è fisiologicamente necessaria ed anche se l’inflazione non consegue automaticamente, ed in misura proporzionale, alla svalutazione), ma comporti controllo dei capitali e dei prezzi, indicizzazione delle retribuzioni, nazionalizzazione del credito, ripresa della sovranità monetaria, quindi della politica industriale e quindi della stabilità occupazionale. E comporti una rivendicazione della sovranità nazionale come condizione della sovranità popolare, e la rivendicazione di una nuova costruzione europea basata sul coordinamento graduale delle diverse economie, ma soprattutto su motivi più politici che economici: sulla scelta, cioè, di un ruolo di gestione cooperativa e pacifica dei conflitti mondiali. Tutto questo si può fare. In fondo i lavoratori più disperati si rivolgono a destra perché nessuna sinistra ha offerto loro una pur minima speranza. E quelli meno disperati sostengono al momento il grande capitale europeista non solo perché hanno ancora qualcosa da perdere, ma anche perché nessuno ha mai offerto loro un’alternativa credibile. La speranza e l’alternativa potranno essere offerte soltanto da una formazione politica che capisca che “sinistra”, da sola, è una parola vuota che ben può associarsi a corruzione parlamentare, bellicismo, colpevole adesione culturale all’ideologia del più forte. La “sinistra senza aggettivi”, tanto cara a Niki Vendola; combina solo disastri: serve una sinistra che ritrovi gli aggettivi che la legano alle grandi ideologie di emancipazione popolare, al comunismo, al socialismo, allo stesso cattolicesimo sociale. Serve aver chiaro che non si tratta solo di “uscire a sinistra dall’euro”, ma di uscire dalla crisi del Paese con un inizio di strategia socialista.

Mimmo Porcaro
9/11/2013

giovedì 3 ottobre 2013

Euro si Euro no. Dopo l'articolo di Bellofiore e Garibaldo a commento critico del libro di Alberto Bagnai "il tramonto dell'euro", l'intervento di Mimmo Porcaro.

L'Euro preso sul serio
La questione dell’uscita dall’euro non può più essere esorcizzata. E così, opportunamente, Riccardo Bellofiore e Francesco Garibaldo (due studiosi delle cui analisi ci siamo sempre giovati) hanno discusso in un denso articolo le tesi di Alberto Bagnai, che della moneta unica è lucido e tenace avversario. L’hanno fatto senza esorcismi, appunto, e senza eccessive semplificazioni (anche se, per dirne una, né dal libro dal blog di Bagnai si può dedurre che questi creda che la svalutazione risolve tutto o quasi), ma anche senza convincere chi, come noi, vede nelle tesi di Bagnai un importante contributo alla definizione di una strategia che liberi i lavoratori ed il paese dal giogo che da tempo è stato loro imposto. Vediamo meglio.
Bellofiore e Garibaldo ritengono che Bagnai ben descriva gli squilibri tra le economie dell’Unione europea ed il ruolo in essi giocato dalle bilance dei pagamenti, ma non credono che siano questi squilibri ad aver generato la crisi europea – che è piuttosto una conseguenza della crisi del capitalismo anglosassone e quindi del modello neoliberista in quanto tale – né credono che il recupero della sovranità monetaria e dunque della possibilità di svalutare possano risolvere i problemi dell’innovazione produttiva e della redistribuzione del reddito. Anzi: come l’esperienza italiana dimostra la sovranità monetaria e la svalutazione possono ben essere compatibili con politiche economiche pro-business; ed in più le svalutazioni di oggi (in un ambiente mondiale assai turbolento, conflittuale e segnato dalle incognite derivanti dalla crisi di un intero modello economico) possono avere esiti del tutto imprevedibili. A nulla serve quindi che Bagnai ci tranquillizzi mostrando (ed in maniera non convincente, secondo i due critici) come le svalutazioni di ieri non siano affatto state catastrofiche: quelle di oggi lo potrebbero essere.
Bagnai, se crede, saprà senz’altro rispondere molto meglio di noi a queste critiche. Qui ci limitiamo a dire che, da punto di vista di chi propende per l’uscita dall’euro, esse non sembrano risolutive. E’ infatti ben probabile che la crisi europea, nei suoi peggiori aspetti, sia un effetto di quella statunitense: ma il punto è che l’Unione europea – nata anche, nelle illusioni di qualcuno, per temperare il potere di Washington e quello dei mercati finanziari – non è riuscita a far muro contro l’onda lunga della crisi atlantica (ed anzi alla fine l’ha usata per disciplinare i paesi del sud). Il punto è che sono stati proprio gli squilibri trai paesi europei (lasciati volutamente irrisolti dai vertici dell’Unione) ad aggravare gli effetti della crisi esponendo la parte debole del continente alla speculazione. Essendo una “moneta senza stato”, ossia non essendo l’espressione di un vero stato unitario, l’euro ha infatti lasciato sguarniti gli stati più deboli: è servito a suo tempo a togliere sovranità monetaria (e quindi strumenti di manovra) a quegli stati ma non è servito, al momento del bisogno, a sostituirla con la garanzia dell’appartenenza ad una forte comunità economica.
Inoltre, se è certamente vero che la sovranità monetaria e la possibilità di svalutare possono tranquillamente essere messe al servizio di politiche che fanno aumentare le esportazioni e i profitti senza indurre investimenti (e quindi senza creare lavoro, domanda interna, ecc.) è altrettanto vero che nella situazione attuale entrambe si presentano ormai come condizione necessaria, anche se certamente non sufficiente, per qualunque tipo di politica economica che voglia anche solo moderatamente intervenire sui meccanismi di formazione del capitale, e poi sulla sua destinazione. Per quanto male si possa dire della svalutazione (ma Bagnai ci ha spiegato con sufficiente chiarezza in che senso essa possa essere considerata un meccanismo fisiologico, e non un atto criminale) è evidente a tutti che un paese che è ormai in deficit commerciale permanente, come il nostro, non può essere condannato in eterno ad avere la stessa moneta di un paese in surplus. Anche perché, corrispettivamente, il paese in surplus ha la stessa moneta di un paese in deficit: insomma l’euro è sopravvalutato rispetto all’economia italiana e sottovalutato rispetto a quella tedesca, e così inibisce le esportazioni di chi dovrebbe aumentarle e favorisce quelle di chi già esporta. Se a ciò si aggiunge che gli squilibri commerciali sono anche e soprattutto squilibri tra crediti e debiti (cosa essenziale, a cui Bellofiore e Garibaldo non danno qui sufficiente risalto) e che questi implicano che il denaro costi di più nei paesi più deboli, appare chiarissimo anche a chi economista non è che l’euro funziona come un meccanismo che fa star peggio chi sta male e fa star meglio chi sta bene, rendendo impossibile ai primi di accumulare capitale da investire e consentendo ai secondi di attrarre capitale nei propri confini. Funziona come un vantaggio competitivo permanente per le economie già forti, aumenta necessariamente gli squilibri, rende molto difficile saldare i debiti e quindi condanna alcuni paesi alla subordinazione costante. Ed in questi paesi condanna soprattutto i lavoratori: perché se non si svaluta la moneta e se la carenza di domanda e di capitali deprime l’innovazione, la competitività può essere cercata solo svalutando i salari.

L’uscita dall’euro si presenta quindi non certo come la salvezza, ma come la condizione preliminare di ogni tipo di politica economica e di ripresa produttiva. Bellofiore e Garibaldo insistono sul fatto che la bilancia commerciale non fa che registrare i rapporti tra le imprese, e che i problemi di questi rapporti non si risolvono agendo sulla bilancia stessa, ma intervenendo direttamente sulla produzione industriale, sull’innovazione ecc. . In tal modo si connettono a quel particolare modo di eludere la questione dell’euro che consiste nel dire, con Marx, che la moneta è frutto dei rapporti sociali, e che quindi prima si devono trasformare tali rapporti e solo dopo, semmai, si parlerà della forma monetaria che ne è espressione. Ma in tal modo non si capisce, a differenza di Marx, che la moneta non è soltanto espressione, bensì anche forma concreta di funzionamento di determinati rapporti sociali: rapporti che non possono essere modificati se non si modifica anche la moneta stessa. Cosicché, intervenendo sull’euro, in realtà si interviene direttamente (anche se non conclusivamente) sulle relazioni tra classi e tra Stati di cui l’euro è espressione e modalità di esistenza. E, nel nostro caso, si offre alla nostra economia quel po’ di respiro che consente di intervenire sui nodi effettivamente cruciali della formazione del capitale (che oggi deve tornare ad essere in buona misura pubblico), dell’innovazione (che richiede un forte e centralizzato intervento statale), del salario (che deve crescere grazie a nuova occupazione e grazie al riconoscimento del ruolo imprescindibile del lavoro nella gestione dell’innovazione stessa). Tutte cose impossibili se non c’è (o se non si può creare) denaro.
Ma, avvertono i due critici, uscire dall’euro e svalutare ci esporrebbe, oggi, ad incertezze e rischi molto maggiori di quelli di ieri, e di quelli che Bagnai sembra immaginare. Questo è un punto di analisi importante, su cui concordiamo: nell’attuale situazione di turbolenza mondiale un’operazione di riconquista, anche parziale, della sovranità monetaria, comporta conseguenze e controeffetti che devono essere assolutamente presi in considerazione. Vuol questo dire che si debba perciò rinunciare all’exit? No: vuol dire che la cosa deve essere affrontata sapendo che l’uscita non è la soluzione definitiva ma l’apertura di nuovi problemi, problemi che potranno essere affrontati solo grazie ad un programma economico e politico assai serio, capace di attrare a sé un forte consenso popolare. E che essa implica, per avere un significato di sinistra, misure radicali quali: indicizzazione dei salari, controllo dei prezzi e del movimento dei capitali, nazionalizzazioni, forte politica industriale, e – last but not least – sganciamento del nostro paese dal riferimento preferenziale al capitalismo atlantico e conseguente apertura al sud europeo, al mediterraneo, ai Brics. Non quindi, come temono Bellofiore e Garibaldo, un semplice ritorno alla nazione, ma la creazione di un nuovo spazio internazionale. Un passaggio molto radicale, certo, che proprio per questo fatica ad essere proposto e tentato. Un passaggio ricco di incognite, nel quale ci impegneremo solo quando la situazione sociale diverrà insopportabile. Ma nel restare fermi non ci sono incognite: c’è piuttosto la certezza di andare verso il completo impoverimento del paese.
Qual è, invece, la soluzione proposta da Bellofiore e Garibaldo? Essi riconoscono, e non è poco che “la sopravvivenza dell’euro nel breve e nel medio termine, in questo quadro, non può che danneggiare il lavoro e le classi popolari, senza per altro che vi sia garanzia alcuna che la moneta unica sia davvero in grado di costituirsi, fuori dalla tempesta, su base stabile”. Prevedono però che, grazie alle OMT di Draghi (le misure che consentono – in forme limitate ed in cambio di duri sacrifici – l’acquisto di titoli di stati in difficoltà da parte della Bce) non vi sarà nessuna precipitazione della crisi della moneta unica. E propongono di puntare non già allo smantellamento dell’euro, ma ad una sua radicale riforma, oppure alla sua sostituzione con una moneta comune, come risultato di una lotta di classe non rinchiusa negli spazi nazionali, ma finalmente dispiegata su scala sovranazionale.
Possiamo parzialmente concordare sul fatto che non sia alle viste alcun crollo imminente dell’euro. Non tanto perché le misure di Draghi abbiano finalmente dato (come pensano i nostri due interlocutori) una dimensione almeno parzialmente sovranazionale alle scelte economiche europee: in realtà gli stati in difficoltà possono ottenere gli acquisti di bond da parte della Bce solo se tutti gli altri stati sono d’accordo sulle loro intenzioni di “risanamento”. Piuttosto conta il fatto che al momento nessuna frazione delle classi dominanti europee ha veramente interesse a rompere la macchina: non la Germania, che ci guadagna, non le classi dirigenti italiane e sudeuropee, che grazie al ”vincolo esterno” sono ormai felicemente dispensate dal render conto ai propri elettori, non i nostri grandi capitalisti, che in Europa trovano se non altro uno spazio consono alle politiche di privatizzazione che li hanno rimpinguati. Nella situazione attuale, e a meno di particolari shock economici, la fine dell’euro può essere provocata solo da una ribellione sociale dei popoli europei e da una direzione politica che sappia indicare con chiarezza sia gli obiettivi che le forme dell’azione.

Quanto agli obiettivi, diciamo subito che l’idea di una “moneta comune” europea non ci convince affatto. Non soltanto perché è difficilmente comprensibile e comunicabile, laddove un secco “no euro” sarebbe molto più efficace. Ma perché questa idea, che nasce per risolvere il problema degli squilibri fra le diverse economie nazionali, presuppone, per essere attuata, che quegli squilibri siano già stati magicamente superati. Nella versione più diffusa (che è quella di Frédéric Lordon) l’euro sarebbe una vera e propria moneta-merce solo nelle relazioni tra economie europee ed estero. All’interno varrebbero le monete nazionali – inconvertibili tra di loro e con la valuta extraeuropea – e l’euro sarebbe solo una moneta scritturale che regolerebbe i rapporti trai diversi paesi europei, rapporti che prevedono la negoziazione continua di svalutazioni e rivalutazioni e/o (ma ciò è più chiaro in altre versioni) meccanismi che impongano il risparmio a chi è in deficit ma anche la spesa a chi è in surplus. Ora, a parte il fatto che, restando intatte le attuali gerarchie tra economie europee, l’obbligo formale alla negoziazione delle svalutazioni favorirebbe inevitabilmente le arre più forti, c’è il fatto macroscopico che, essendo la moneta comune una valuta puramente scritturale e quindi non una merce, essa non è tesaurizzabile e quindi cozza inevitabilmente contro gli interessi del creditore, il quale vive proprio dell’essere il detentore di una merce particolare: il denaro. E creditori sono, in Europa, lo stato più forte e la frazione più significativa del capitalismo, quella bancaria. “Fare” la moneta comune significherebbe quindi aver messo in un angolo Germania e banche, e quindi aver già distrutto l’Unione per quel che oggi è.
Quanto alle forme d’azione, infine, qui si manifesta una delle più grandi illusioni ancora accarezzate dalla sinistra radicale: quella secondo cui uno spazio “più grande” sia necessariamente uno spazio più favorevole alla lotta dei lavoratori e dei movimenti civili. Per cui, se c’è la globalizzazione, viva la globalizzazione: tanto la democratizzeremo “dal basso”. E se c’è l’Europa, viva l’Europa: tanto la trasformeremo in Europa “sociale”. Peccato che sia l’una che l’altra abbiano messo in competizione i lavoratori di tutto il mondo, e che l’Europa, lungi dall’essere semplicemente uno spazio “più ampio” e quindi per ciò stesso (chissà perché) migliore, abbia mostrato di essere piuttosto un meccanismo che più funziona più rende impossibile la propria democratizzazione, perché frantuma il soggetto che dovrebbe “migliorarla”. Lo squilibrio, santificato dall’euro, fra economie e stati europei si traduce infatti in una divisione dei lavoratori: tra chi dal mercantilismo ossessivo ottiene almeno qualche briciola e chi paga solo dazio. E tutto ciò non può che aggravarsi.
Vogliamo dire che siamo contro le lotte su scala europea? Tutt’altro. Si facciano, si organizzino. Anzi: i gruppi dirigenti della “sinistra-sinistra” si abituino a passare il 70% del loro tempo in Europa o comunque a dedicarlo all’organizzazione di movimenti continentali. Dimostrino così che il richiamo all’Europa ed al mondo non è più, come a volte è stato per tutti noi, un trucco per non impegnarsi in cose concrete. Si faccia tutto ciò: ma il risultato positivo di questa azione sarà, con le inevitabili eccezioni, un movimento soprattutto sudeuropeo, che sarà infine inevitabilmente indotto a proporre quantomeno un’uscita regolata e consensuale dalla moneta unica, pur nel quadro di permanenti accordi cooperativi.

E si faccia comunque presto, perché altre minacce incombono, forse peggiori dello stesso euro. Fra poco tutta la costruzione europea mostrerà di essere stata solo la preparazione di un’area atlantica di libero scambio, un’area che imporrà alle nostre produzioni gli standard statunitensi, imporrà definitivamente ai nostri stati di privatizzare praticamente tutto, renderà più acuta la concorrenza tra lavoratori. L’esistenza di un’area europea come spazio già predisposto al libero afflusso dei capitali è lo scivolo che ci porta dritti alla TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), e non è escluso che l’insistenza di Draghi a tenere in piedi l’euro ricorrendo addirittura a misure “non convenzionali” sia dovuta anche al desiderio di non far fallire questo grande progetto che, pietra tombale sulla globalizzazione, coinvolgerebbe definitivamente il nostro Paese, ridotto a misera periferia, in un conflitto con quei Brics che invece dovremmo imitare quantomeno sul punto del controllo dei capitali.
Ogni giorno, ogni secondo in più di sopravvivenza dell’euro ci avvicina irreversibilmente alla TTIPP, e quindi alla distruzione integrale delle basi sociali ed istituzionali per l’azione efficace di una qualunque vera sinistra: è bene che gli “amici” dell’euro tengano conto anche di questo.


Mimmo Porcaro
3/10/2013 www.controlacrisi.org

L'ARTICOLO DI Bellofiore e Garibaldo

domenica 28 luglio 2013

Attualità di Gramsci? Da Malaga un messaggio alla comunità gramsciana. Presso la "Escola de Verano" della città andalusa un corso su Gramsci che ha avuto di gran lunga il maggior numero di iscritti e di partecipanti di tutta la storia della Scuola estiva

Il mio amore è nato a Malaga… La città andalusa, perla della Costa del Sol, patria di Pablo Picasso, è stata oggetto negli ultimi decenni di una devastazione ambientale che certo poco sarebbe piaciuta all’autore delle Demoiselles d’Avignon , con la costruzione di innumerevoli, giganteschi alberghi (che i giornali locali vantano come primato nazionale), non è soltanto un luogo di vacanza, anche se, malgrado la crisi economica, e a dispetto della imponente e un po’ cupa cattedrale che ci ricorda il segno oscurantistico del cattolicesimo spagnolo, qui si percepisca ancora la dolcezza del vivere.
Malaga è anche città di cultura: ha una università di medie dimensioni, nata solo quarant’anni fa, molto vivace, e una cattedra Unesco, che organizza da sei anni dei corsi estivi, su varie tematiche, in diverse discipline, sempre con finalità fortemente connotate sul piano civile e indirettamente politico. Si crede, qui, insomma, in una cultura che abbia come meta ultima non il mero accrescimento di conoscenze, e men che meno l’acquisizione di competenze tecniche, bensì la formazione della cittadinanza.  
Quest’anno la “Escola de Verano” (quella che noi italiani chiameremmo con la nostra patetica sudditanza all’anglomania,” Summer school”) comprendeva dodici corsi, coprenti discipline come il Diritto pubblico, la Comunicazione, la Pedagogia, la Biologia, il Diritto penale, la Scienza politica. E per la prima volta anche i fumetti, nella loro dimensione politica. Alcuni docenti che collaborano alla Cattedra Unesco, in memoria di Francisco Fernandez Buey, uno studioso morto prematuramente meno di un anno fa, che aveva dedicato una grande attenzione ad Antonio Gramsci, proposero al direttore della cattedra, Bernardo Diaz Nosty, un corso precisamente su Gramsci. Qualcuno espresse perplessità giudicando il corso troppo specialistico, e comunque di scarsa attrattività, ma alla fine la proposta passò. Risultato: il corso su Gramsci ha avuto di gran lunga il maggior numero di iscritti, e addirittura il maggior numero di partecipanti di tutta la storia della Scuola estiva.
Una sorpresa un po’ per tutti, anche perché il titolo del corso “La vigencia del pensamento de Antonio Gramsci”, era molto “tagliato”, e dava quasi un messaggio politico, ossia sulla spendibilità politica del pensiero gramsciano, al punto che qualche studioso italiano contattato per svolgere il ruolo di docente ha rifiutato. E ha fatto male. Perché il corso, diretto da Ana Jorge Alonso, ha rappresentato un’esperienza entusiasmante. Innanzi tutto per il pubblico frequentante: persone di ogni età e professione, dagli studenti ai professori delle Superiori, dai docenti universitari (inimmaginabile da noi che dei docenti vadano a frequentare, come iscritti paganti, una Summer School della loro università) ai sindacalisti, dai militanti di sinistra a semplici appassionati.
Ogni lezione era seguita da un dibattito intensissimo, pieno di curiosità, dove non si facevano comizi, ma si ponevano domande intelligenti, che traducevano un’autentica volontà di sapere. E molti cominciavano i loro interventi nella discussione spiegando il loro Gramsci: ossia come l’avevano conosciuto e che cosa sapevano di lui. Un insegnante di scuola media ha detto che di Gramsci sapeva a mala pena il nome, e quando ha visto qualche mese fa il programma del corso, è andato a cercare informazioni su Wikipedia ed altri siti, ed è rimasto “impressionato” da ciò che ha trovato e letto (così ha detto). E ha deciso di iscriversi: ha seguito l’intera settimana, occupando sempre lo stesso posto – stessa fila, stesso banco –, prendendo appunti, facendo domande, diligente e attivo, testimoniando, giorno dopo giorno, il proprio crescente entusiasmo. Notevole la presenza di laureandi, dottorandi, docenti di discipline che si potrebbero immaginare (errando) estranee all’universo gramsciano, come il Diritto, la Linguistica, la Traduzione, la Psicologia. Degno di nota anche un particolare della modalità del corso: ogni sessione terminava con delle letture, in italiano e in spagnolo, di testi gramsciani, introdotti da un docente e poi commentati da tutti i presenti, che si disponevano in circolo, a spezzare anche fisicamente le barriere invisibili tra emettitori del messaggio e suoi recettori.
In tutti i partecipanti (oltre 40, alcuni provenienti dal circondario, qualcuno addirittura da città distanti fino a un centinaio di chilometri), è visibilmente andato crescendo l’interesse per la vita, il pensiero e la fisionomia politica di questo rivoluzionario pensoso, di questo marxista critico, di questo comunista umanistico, la cui fortuna attuale scaturisce precisamente dalla differenza tra la sua posizione e il suo pensiero rispetto alla dogmatica marxista e il “socialismo reale”, la sua distanza da ciò che chiamiamo, semplificando, ”stalinismo”. Si è insistito, da vari punti di vista, precisamente sulla “diversità” di Gramsci, e ci si è interrogati sulla sua “attualità”, anche se la risposta che personalmente darei è di assoluta inattualità ma nel contempo di drammatica necessità. Difficile immaginare oggi, tanto a livello nazionale, quanto sovranazionale, una estraneità così assoluta: il rigore etico, l’onestà intellettuale, la coerenza politica, la stessa ricchezza umana, di cui la vita, l’azione e il pensiero di Antonio Gramsci sono prova provata, duramente provata, appaiono distanti anni luce dalle regole e dalle prassi del tempo presente.
Eppure quanto bisogno vi sarebbe precisamente di questi tratti, per fare cultura, una cultura “disinteressata”, ossia non finalizzata a una carriera accademica o al mercato, ma nel contempo una cultura che miri a comprendere, come scriveva il giovane studente dell’università di Torino nel 1916, il nostro posto nel mondo, i nostri diritti e i nostri doveri, per acquisire consapevolezza, apprendere il principio di responsabilità. Tutti passi fondamentali per l’azione politica. E Gramsci sarebbe utile, e direi necessario anche per tentare di fare una politica che ricuperi la propria nobiltà, che associ una concezione realistica dei “rapporti di forza”, con la spinta dell’utopia trasformatrice.
Curiosamente, proprio in Italia questa “vigencia” di Gramsci sembra ignorata: una giovane ricercatrice che collabora alla Cattedra Unesco, ma ha rapporti con l’Università di Torino, mi racconta che venuta appunto sotto la Mole, avendo annunciato il corso su Gramsci al gruppo di docenti e ricercatori torinesi, ha ricevuto un gelido commento: “Da noi Gramsci è superato”. E costoro sono, almeno nominalmente, scienziati della politica…
A dispetto del giudizio di costoro, il corso malagueño ha confermato di vedere nell’elaborazione di Gramsci, una eccezionale ricchezza multiversa e un’assoluta originalità: del giornalista rivoluzionario, del dirigente politico, infine, del prigioniero del fascismo che riflette sulla sconfitta del movimento operaio. Per Gramsci il marxismo costituisce una fonte essenziale, ma non è la sola; e il comunismo la prospettiva, ma con caratteri suoi propri: si tratta di due etichette insufficienti, in definitiva, anche se entrambe corrette.
 Con Gramsci ha inizio un’era nuova nella storia del pensiero occidentale: tale il messaggio che Malaga lancia oggi. E per diffonderlo, alla conclusione del Corso, si è deciso, unanimamente, di radunare la comunità gramsciana nel luogo ideale in cui gli intellettuali sempre si incontrano e lanciano le loro idee: non un nuovo centro studi (ne esistono), non una cattedra (ce ne sono, specie in America Latina), non un’associazione (la International Gramsci Society nacque negli Usa nel 1989, grazie a Joseph Buttgieg, e ha una vivace Sezione italiana, presieduta fino alla morte dal compianto Giorgio Baratta, ora da Guido Liguori); nulla di tutto questo. Ma, semplicemente, una rivista, che si chiamerà, classicamente Gramsciana, recando come sottitolo “Rivista internazionale di studi su Antonio Gramsci”, la quale ospiterà contributi in sei diverse lingue (italiano, spagnolo, inglese, tedesco, spagnolo, portoghese), avrà un Consiglio di direzione e un Comitato scientifico internazionali, i cui membri saranno scelti in base alla sola competenza e all’apertura dialogica, ossia gramsciana.
 Alla rivista, il cui primo numero apparirà prossimamente, Malaga, dunque, affida il compito di riprendere il discorso della “Escola de Verano” 2013, e di lanciare il messaggio nella bottiglia nelle acque mediterranee: qualcuno raccoglierà quella bottiglia, l’aprirà e ne leggerà il contenuto, per poi ripiegare il foglio che lo contiiene, rilanciare in mare la bottiglia con il suo prezioso messaggio sulla “vigencia del pensamiento de Antonio Gramsci”. 
  
Angelo d’Orsi

mercoledì 24 luglio 2013

TRENTO, SUL NUOVO OSPEDALE UNA DOCUMENTATA RELAZIONE DELLA FEDERAZIONE TRENTINA DI RIFONDAZIONE COMUNISTA

Il Not apre la crepa sulla montagna di transazioni che anche nel profondo Nord conciliano politica, istituti di credito e chiesa cattolica. Disegna i «poteri autonomi» e si spinge fino alle relazioni strette nel «regno» di Putin
L’acronimo fa scattare la domanda analogica: Not Why? Sul Nuovo Ospedale di Trento i «perché?» cercano risposte nel «per chi?». 
E gli interrogativi rimbalzano dalla documentata inchiesta della Federazione trentina del Prc alle attività istituzionali di un anomalo Cavaliere berlusconiano, dai conflitti d’interesse annidati nel centrosinistra locale fino alla «finanza creativa» dispiegata nel regno di Putin. Not apre la crepa sulla montagna di affari che anche da queste parti concilia politica, finanza e chiesa cattolica. Una fessura stretta, eppure abbastanza illuminante sugli assetti del post-Dellai. 
Disegna i «poteri autonomi» nella Provincia speciale, a cavallo fra l’invenzione della Margherita e la conversione a Scelta Civica. Mauro Delladio, 56 anni, siede in Consiglio provinciale e regionale ininterrottamente dal 1993. Era leghista, ma all’abbraccio fra Bossi e D’Alema ha preferito… Forza Italia. 
Oggi è la spina nel fianco della maggioranza che tiene insieme il presidente Alberto Pacher del Pd, gli eredi di Lorenzo Dallai e gli autonomisti trentini. L’interrogazione nella seduta del consiglio del 9 maggio scorso va dritta al punto: il nuovo ospedale di Trento incarna il «sistema degli affari». Delladio segue la vicenda fin dal 1995, quando si coltiva l’idea di trasformare l’area di via Al Desert lungo l’Adige nel policlinico ad alta specialità. 

Operazione in project financing : 122 mila metri quadri per una volumetria di 500 mila metri cubi; 613 posti letto, 20 sale operatorie, 1.614 posti auto con un costo stimato in 310 milioni di euro di cui 160 pubblici. Il maxi-appalto è stato assegnato a Impregilo che controlla al 51% l’associazione di imprese con Codelfa e Consorzio Servizi per la Sanità del Trentino (presieduto da Renzo Bortolotti) ovvero Pvb Solutions, Gpi, Attrezzature Medico Sanitarie, Markas di Bolzano, Miorelli Service e Famas System. Esaurito il cantiere, Impregilo & C gestiranno la concessione del Not per 27 anni e 6 mesi, con il «rimborso» di 55 milioni all’anno pagati dalla Provincia di Trento Un affare. Ma per chi? «Le interrogazioni depositate evidenziano come sono curati gli affari in Provincia di Trento, tenendoli nascosti all’opinione pubblica. Mai avrei pensato che la finanza di progetto potesse nascondere tanta ingordigia e depredazione dei bilanci pubblici. 

La vicenda è l’apice dell’arroganza di un gruppo di soggetti legati da plurimi vincoli, che al fine di ottenere pubbliche risorse crea un sistema di società private verso le quali l’ente pubblico dirotterà ingenti risorse finanziarie della comunità» scandisce Delladio. Squaderna la geo-politica e gli intrecci. Radiografa nei dettagli ogni particolare. E mette spalle al muro Ugo Rossi, assessore alla sanità, che nutre ambizioni di leaderhip nel Patt e frequenta il «giro» del meeting di Rimini. L’interrogazione chiama in causa Finest Spa, cassaforte delle Regioni Veneto, Friuli e Trentino e delle banche a Nord Est. Con l’indice puntato su Lorenzo Kessler: «I progetti della finanziaria pubblica Finest hanno interessato imprese trentine e soci veneti di imprese trentine tra cui Project Financing Consulting Spa il cui amministratore delegato Kessler veniva definito dal Sole 24 Ore il «Signore del Project Financing». Al suo fianco Stefano Pellicciari, già presidente dell’Assocostruttori Veneto, attraverso la sua impresa San Paolo Costruzioni». 

In Trentino il cognome Kessler traduce la Dinasty in versione montanara. Lorenzo è figlio di Bruno (1924-1991), leader della Dc locale, presidente della Provincia, fondatore dell’Ateneo, parlamentare e sottosegretario al Viminale nel governo Cossiga. L’altro figlio Giovanni, classe 1956, magistrato, da tre anni dirige l’ufficio anti-frode dell’Unione europea (Olaf) dopo esser stato deputato Ds e presidente del Consiglio della Provincia. È sposato con Daria De Pretis, 56 anni, avvocato e ordinario di Diritto amministrativo: a Bologna allieva di Fabio Roversi Monaco, da febbraio è la rettrice dell’Università di Trento. La rete sconfinata Insieme al «Signore» della finanza di progetto, tra i vincitori dell’appalto Not, spuntano i preti. Famas System significa Istituto Sviluppo Atestino (Isa) ovvero la finanziaria della Diocesi di Trento. Il forziere della curia (da giugno 2012 governato dal presidente Massimo Tononi con il vice Cesare Chierzi e l’ad Giorgio Franceschi) connette un puzzle di partecipazioni strategiche per la finanza bianca: dal credito (Banca di Trento e Bolzano, Mittel, Botzen Invest AG, Calisio Spa, Castello Sgr) all’immobiliarismo (Esse Ventuno, Inziative Urbane – a Brescia – Investimenti Immobiliari Atestini) con un occhio al mercato dell’energia anche alternativa (Alto Garda Servizi, Bioenergia Alto Fiemme, Dedalo Esco, Botzen Energia, Dolomiti Energia) e l’altro al cielo delle funivie (con la Spa Folgarida Marileva) e alle partecipazioni terrene in Interbrennero e Unihospital. Il Bur del Trentino del 16 agosto 2011 dettaglia lo stato patrimoniale degli amministratori pubblici a fine mandato. Giovanni Kessler dichiara 477.984 azioni di Isa Spa, all’epoca equivalenti a circa un milione di euro. Secondo quanto documenta Delladio, Kessler avrebbe affidato il pacchetto Isa a Delta Erre, la società fiduciaria di organizzazione aziendale, revisione e servizi di trust con sede a Padova in via Trieste 49/53, mentre la moglie Daria De Pretis rifutò di rendere pubblica la propria dichiarazione dei redditi. Con Delta Erre si squaderna un diagramma di flusso sconfinato. 

Nata nel 1971, raggruppa oltre 300 soci, la società poggia su un capitale sociale di 540 mila euro. Nel 2007 amministrava 67,8 milioni, con ricavi dichiarati per 418 mila euro all’anno. Delta Erre significa anche Lussemburgo. Compare per procura nel Granducato il 1 ottobre 2001, davanti al notaio Christine Doerner di Bettembourg, insieme alla società anonima Fipal di Montevideo nell’atto costitutivo di Aiglon Holding SA, strumento finanziario «ispirato» dalla Compagnia delle Opere Nord Est. È il prologo del charity trust ciellino nell’«isola del tesoro» agli antipodi dell’Italia. Per questo, nella primavera 2011 nasce Solfin International: società anonima con 110.100 euro di capitale, e «sbarca» al civico 280 di Parnell Road nel sobborgo finanziario di Auckland, Nuova Zelanda. Così il Not diventa un vaso di Pandora, perché a ogni sigla corrisponde un universo di relazioni consolidate e in ciascun progetto entrano in gioco gli specialisti di affari & politica. 

Da Trento si arriva fino in Russia. Oppure si battono le rotte della finanza internazionale parallela. Fili da riannodare, nel gomitolo di interessi che dalla Prima Repubblica sussidiariamente si dipana nel Duemila. Festival Gomorra Roberto Saviano il 1 giugno è stato il vero ospite d’onore al Festival dell’economia, nell’auditorium Santa Chiara gremito all’inverosimile. A Luca Pianesi del Trentino concede anche una lunga intervista con una risposta sintomatica: «Sui lavori per il nuovo ospedale mi sento di dire questo: Impregilo ha vinto l’appalto ma sono sconfortato dai subappalti. 
Aziende legate a ‘ndrangheta e camorra in connessione con l’imprenditoria locale fortemente in crisi cercheranno di assaltare questo enorme appalto, soprattutto nel movimento terra e nei servizi: mense, pulizie. Può sembrare una previsione apocalittica, ma il Trentino non sta dando il giusto peso alla presenza mafiosa nel suo territorio. 
Sarà costretto a farlo quando ci saranno omicidi, se ci saranno. O quando inchieste partite dal Sud lo permetteranno». Per ora, ci si accontenta di osservare l’inchiesta della Procura di Venezia su Piergiorgio Baita, manager della Mantovani e re delle Grandi Opere. Arrestato il 27 febbraio 2013, ha lasciato il carcere di Belluno dopo oltre 100 giorni ed è ristretto ai domiciliari. Baita è accusato di associazione a delinquere finalizzata all’ evasione fiscale. 

Con lui, coinvolti a vario titolo, Claudia Minutillo (ad di Adria Infrastrutture, ex segretaria del governatore Giancarlo Galan); Nicolò Buson (direttore finanziario di Mantovani) e William Ambrogio Colombelli (console onorario di San Marino). Baita (già inquisito nella Tangentopoli veneta anni ’90) lascia intuire le connessioni politiche. La magistratura insiste nello scandagliare l’impresa che in portafoglio vanta il Passante di Mestre, il ciclopico Mose in laguna, la piastra dell’Expo 2015 a Milano e un ramo d’azienda dedicato all’edilizia sanitaria spesso in sinergia con la Lega delle Cooperative. La Procura continua con le rogatorie in Svizzera, le verifiche dei documenti sequestrati e i riscontri che portano ai partiti, mentre la Gf di Padova segue la «fattura» da 30 milioni di euro delle pietre utilizzate nelle bocche di porto del Mose: vengono dall’Istria ma risultano contabilizzate nel registro di una società con sede in Canada. I magistrati saldano il debito con «I padroni del Veneto» di Renzo Mazzaro, cronista attento a «inchiestare» i poteri forti. Mantovani Spa, invece, ha blindato il vertice operativo mettendolo nelle mani dell’ex questore di Treviso Carmine Damiano. Basterà? 
Di certo c’è che Mantovani arriva anche a Trento: battuta da Impregilo nella gara del Not, ma già al lavoro nella costruzione del nuovo centro oncologico. Trento-Padova-Vladimir Infine, un viaggio a senso unico. Da Trento a Padova. Prima di approdare a Vladimir, grazie al piano quinquennale dei movimentatori di merci (e persone) a caccia di rubli. Un’altra interrogazione – datata 30 aprile, firmata dal consigliere regionale Pietrangelo Pettenò (Prc) e rivolta al governatore del Veneto Luca Zaia – riapre il capitolo dei finanziamenti europei a operazioni internazionali tutt’altro che impeccabili. Così si torna a Project Financing Consulting, la Srl di Lorenzo Kessler in liquidazione: ha gestito con alterne fortune un parcheggio a Cortina (13 milioni di euro), il porto turistico di Torri del Benaco (altri 13 milioni), il centro cottura con asilo nido (5 milioni) e l’Acquapark di Cassola (12 milioni). E rispunta Stefano Pelliciari, ex presidente di Ance Veneto e vice presidente di PFC Srl. «Aveva comprato Hera Business Solution Development Srl e con lei un biglietto per Vladimir, antica capitale della Russia, nella quale costruire un interporto doganale» evidenzia Pettenò. 

È una storia parallela. Inizia nel 2006 con la creazione di OOO Terminal, società di diritto russo controllata dal gruppo di Mogliano e da San Paolo Ingegneria e Costruzioni con il restante 20% delle quote nel portafoglio della finanziaria pubblica Finest. Poi scatta l’investimento europeo, perché su Vladimir punta anche la compagnia dei manager ciellini. Viaggi in delegazione, progetti di corridoi logistici presentati all’Ue, corsi di formazione e sinergie fra enti pubblici. È la sussidiarietà che a Padova faceva capo a Magazzini Generali con Renzo Sartori, specialista della logistica targata CdO ora approdato a Parma con la piattaforma di Number 1. 
Il progetto di teleporto in Russia, l’autostrada del mare, la movimentazione merci coinvolgono il Consorzio Zona industriale (che chiede a Bruxelles 392 mila euro), Logsystem Scarl (che fa capo a Magazzini) e Vpv Logistics (società mista fra Provincia e l’oblast russo). Tutto nei faldoni dell’inchiesta della magistratura e della Guardia di finanza. I processi per truffa sono ancora in corso a Padova, mentre si staglia la prescrizione. Ma da Trento arriva una «novità». Il 5 giugno Pacher, massimo esponente della Provincia, interviene in aula sull’operazione Vladimir con San Paolo Partecipazioni Spa. Nel verbale ufficiale si può leggere nero su bianco: «Finest ha proceduto con ogni azione necessaria a tutela del proprio credito e sono state escusse le garanzie assicurative. Per l’esattezza due polizze che risultarono, a posteriori false . Finest presentò tempestivamente un esposto segnalando l’accaduto alla autorità inquirente perché si valutasse la sussistenza di una truffa ».

Sebastiano Canetta
Ernesto Milanesi
24/7/2013 www.controlacrisi.org